Viviamo una bella Pentecoste


Lo Spirito di Dio

Tu vieni a turbarci,
vento dello spirito.
Tu sei l’altro che è in noi.
Tu sei il soffio che anima
e sempre scompare.

Tu sei il fuoco
che brucia per illuminare.
Attraverso i secoli e le moltitudini
Tu corri come un sorriso
per far impallidire le pretese
degli uomini.

Poiché tu sei l’invisibile
testimone del domani,
di tutti i domani.
Tu sei povero come l’amore
per questo ami radunare
per creare.
Oh, ebbrezza e tempesta di Dio!

David Maria Turoldo


Invocazione allo Spirito

Spirito di Dio che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria.
Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversale sulle carni inaridite anfore di profumi.
Permea tutte le cose, e possiedine il cuore.
Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume.
Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura sulle nostre afflizioni.
Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.

Spirito Santo che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esilio.
Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute.
Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà.
Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri.
E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori.
Donaci la gioia di capire che tu non parli solo ai microfoni delle nostre Chiese.
Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.

Spirito Santo che hai invaso l’anima di Maria per offrirci la prima campionatura di come un giorno avresti invaso la Chiesa e collocato nei suoi perimetri il tuo nuovo domicilio, rendici capaci di esultanza.
Donaci il gusto di sentirci “estroversi”. Rivolti, cioè, verso il mondo, che non è una specie di chiesa mancata, ma l’oggetto ultimo di quell’incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costituita.
Se dobbiamo attraversare i mari che ci distanziano dalle altre culture, soffia nelle vele perché, sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico, un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire.
Se dobbiamo camminare sull’asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in fretta la città. La città terrena. Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti, ma il partner con cui dobbiamo “agonizzare” perché giunga a compimento l’opera della Redenzione.

Spirito di Dio che presso le rive del giordano sei sceso con pienezza sul capo di Gesù e l’hai proclamato Messia, dilaga su questo corpo sacerdotale raccolto davanti a te.
Adornalo di una veste di Grazia. Consacralo con l’unzione, e invitalo a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, e a promulgare l’anno di misericordia del Signore.
Se Gesù ha usato queste parole di Isaia per la sua autoproclamazione nella sinagoga di Nazareth e per la stesura del suo manifesto programmatico, vuole dire che anche la Chiesa oggi deve farsi solidale con i sofferenti, con i poveri, con gli oppressi, con i deboli, con gli affamati e con tutte le vittime della violenza.
Facci capire che i poveri sono i “punti di entrata” attraverso i quali tu, Spirito di Dio, irrompi in tutte le realtà umane e le ricrei. Preserva, perciò, la tua sposa dal sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia il sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia l’indulgenza alle mode di turno, e non invece la feritoia attraverso la quale la forza di Dio penetra nel mondo e comincia la sua opera di salvezza.

Spirito Santo dono del Cristo morente, fa’ che la Chiesa dimostri di aver ereditato davvero. Trattienila ai piedi di tutte le croci. Quelle dei singoli e quelle dei popoli. Ispirale, parole e silenzi, perché sappia dare significato al dolore degli uomini. Così che ogni povero comprenda che non è vano il suo pianto e ripeta con il salmo “le mie lacrime, Signore, nell’otre tuo raccogli”.
Rendila protagonista infaticabile di deposizione del patibolo, perché i corpi schiodati dei sofferenti trovino pace sulle sue ginocchia di Madre. In quei momenti poni sulle sue labbra canzoni di speranza.
E donale di non arrossire mai della Croce, ma di guardare ad essa come all’antenna della sua nave, le cui vele tu colmi di brezza e spingi con fiducia lontano.

Spirito di Pentecoste ridestaci all’antico mandato di profeti, dissigilla le nostre labbra, contratte dalle prudenze carnali. Introduci nelle nostre vene il rigetto per ogni compromesso. E donaci la nausea di lusingare i detentori del potere per trarne vantaggio.
Trattienici dalle ambiguità. Facci la grazia del voltastomaco per i nostri peccati. Poni il tuo marchio di origine controllata sulle nostre testimonianze.
E facci aborrire dalle parole, quando esse non trovino puntuale verifica nei fatti.
Spalanca i cancelletti dei nostri cenacoli. Aiutaci a vedere i riverberi delle tue fiamme nei processi di purificazione che avvengono in tutti gli angoli della terra. Aprici a fiducie ecumeniche. E in ogni uomo di buona volontà facci scorgere le orme del tuo passaggio.

Spirito del Signore dono del Risorto agli apostoli del cenacolo,
gonfia di passione la vita dei tuoi presbiteri. Riempi di amicizie discrete la loro solitudine. Rendili innamorati della terra, e capaci di misericordia per tutte le sue debolezze. Confortali con la gratitudine della gente e con l’olio della comunione fraterna. Ristora la loro stanchezza, perché non trovino appoggio più dolce per il loro riposo se non sulla spalla del Maestro. Liberali dalla paura di non farcela più. Dai loro occhi partano inviti a sovrumane trasparenze. Dal loro cuore si sprigioni audacia mista a tenerezza. Dalle loro mani grondi il crisma su tutto ciò che accarezzano. Fa’ risplendere di gioia i loro corpi. Rivestili di abiti nuziali. E cingili con cinture di luce.
Perché, per essi e per tutti, lo sposo non tarderà.

+ Tonino Bello

30 maggio:il Rosario del Papa

In diretta e in mondovisione dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, alle ore 17:30, in collegamento con i maggiori santuari (in Italia Pompei e san Giovanni Rotondo)

Il Papa prega con il Rosario in mano
Il Papa prega con il Rosario in mano – Ansa

“Assidui e concordi nella preghiera, insieme con Maria (cfr. At 1,14)”. Su questo tema papa Francesco, unendosi ai Santuari del mondo che a causa dell’emergenza sanitaria hanno dovuto interrompere le loro normali attività e i loro pellegrinaggi, pregherà il Rosario in diretta e in mondovisione dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, sabato 30 maggio alle ore 17:30, il Papa sarà dunque ancora una volta vicino all’umanità in preghiera, per chiedere alla Vergine aiuto e soccorso nella pandemia.

La preghiera sarà trasmessa in diretta su Tv2000 (cn 28 – 157 Sky e 18 tvsat), su inBlu Radio e anche su avvenire.it.

L’iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, vedrà il coinvolgimento di famiglie e di uomini e donne rappresentanti dei settori più coinvolti e particolarmente toccati dalla pandemia, ai quali saranno affidate le decine del Rosario.

Dunque, medici e infermieri, pazienti guariti e pazienti che hanno subito lutti, un cappellano ospedaliero e una suora infermiera, una farmacista e una giornalista, e infine un volontario della Protezione civile con i suoi familiari e anche una famiglia che ha visto nascere un bambino proprio nei momenti più difficili, per esprimere la speranza che non deve mai venire meno.

Ai piedi di Maria al termine del mese a Lei dedicato e certi che la Madre celeste non farà mancare il suo soccorso, comunica il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuona Evangelizzazione, Francesco porrà dunque gli affanni e i dolori dell’umanità.

In collegamento ci saranno i Santuari più grandi dai cinque continenti tra cui Lourdes, Fatima, Lujan, Milagro, Guadalupe, San Giovanni Rotondo e Pompei. In una lettera, monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione si è rivolto direttamente ai rettori dei Santuari per invitarli a organizzare e promuovere questo speciale momento di preghiera compatibilmente con le attuali regole sanitarie vigenti e con il fuso orario del luogo.

( da “Avvenire”, 26 maggio 2020)

Ancora in preghiera insieme

Il Rosario per l'Italia mercoledì 27 maggio da Palermo / IL LIBRETTO

Avvenire, Tv2000, InBluradio, Sir e Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la Segreteria generale della CEI, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi mercoledì prossimo, alle ore 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 e InBluradio oltre che su Facebook.

Questa volta andrà in onda dalla Basilica di San Francesco d’Assisi di Palermo. A guidarlo sarà l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice.

(da Avvenire, maggio 2020)

Catechesi Quaresima 2020

Stiamo vivendo un momento di sofferenza e di sconcerto. Non possiamo riunirci né nelle
nostre chiese né nelle nostre case a causa del virus che ci ha ridimensionati in maniera tragica nella
possibilità di muoverci e di gestirci in piena libertà.
Nonostante tutto questo non vogliamo assolutamente smarrire la consapevolezza di quella
comunione fraterna che ha, per noi cristiani, il suo punto di riferimento e la sua sorgente
nell’Eucaristia che l’emergenza del coronavirus ha penalizzato in maniera pesantissima.
Pertanto ho deciso di proporre in questi mercoledì di quaresima che ci separano dalla Pasqua
una catechesi-meditazione che ci aiuti a vivere con maggiore intensità il mistero dell’amore di Dio
per noi che si manifesta nel mistero del suo Corpo e del suo sangue, e insieme di dare senso a
questo “digiuno eucaristico” che però potrebbe permetterci una più profonda consapevolezza di ciò
che è Cristo con noi nel dono della sua Parola e del suo Corpo per la vita del mondo.
In ciascuno di questi incontri del mercoledì – sia pure a distanza –faremo “sosta” per vivere
con maggiore intensità una rinnovata esperienza di Chiesa, volendo arrivare alla Pasqua di
Risurrezione più consapevoli del grande mistero dell’Eucaristia che in questo modo potremo
approfondire attraverso le catechesi che cercherò di offrirvi; un mistero che siamo chiamati a
meditare e ad adorare nella preghiera personale, e a testimoniare nell’esercizio della carità fraterna,
perché ciascuno di noi possa vivere sempre più una vita davvero eucaristica.
Una vita eucaristica da vivere personalmente e comunitariamente nella esperienza concreta
delle nostre parrocchie, soprattutto quando finalmente, nel giorno del Signore – la domenica -,
potremo di nuovo celebrare insieme il memoriale della sua Pasqua, nell’ascolto della sua parola e
spezzando Lui, insieme con noi, il pane dell’Eucaristia.


(Dalla presentazione di Mons. Giovanni Paolo Benotto,

reperibile su sito www.diocesidipisa.it)

Gesù ascende al cielo

Giotto di Bondone, L’Ascensione, 1303-1305 circa, affresco, 200x185cm., Cappella degli Scrovegni, Padova.

La Solennità odierna ci aiuta a porre al centro della riflessione uno dei misteri della nostra fede.

Infatti, nella professione di fede, insieme, in quanto comunità dei credenti affermiamo: “E’ asceso al cielo, siede alla destra del Padre”.

Possiamo chiederci: che cosa significa credere questo?

Il mistero di amore di Dio per l’umanità, vorrei dire il “tutto è compiuto” che Gesù esclama morendo in croce, si realizza proprio con l’ascensione.

In essa si compie il disegno di Dio: nascere sulla terra per far salire l’umanità in cielo.

Dio infatti, vero Dio e vero Uomo, realizza in Gesù il disegno di “farsi come noi, per farci come lui”.

Significa, allora, che la nostra umanità è realtà benedetta da Dio e con l’Ascensione di Gesù al cielo, l’umanità sale al fianco del Padre.

L’Ascensione inoltre, ce lo rivela Gesù stesso, è il passo necessario affinché giunga a noi il Consolatore, lo Spirito Santo.

Si compie la rivelazione; Gesù, Parola del Padre, di cui il Padre ci dice “Ascoltatelo in Lui mi sono compiaciuto” si congeda dai suoi affidando un mandato e lasciando una promessa.

Infatti Gesù vuole che i suoi, la sua Chiesa “ammaestri e battezzi” con la certezza della sua presenza: “Io sono con voi fino alla fine del mondo”.

Crediamo noi questo?

E’ un mistero, quello dell’Ascensione, che ci fa guardare alla terra.

Il libro degli Atti, il libro della Chiesa, si apre con l’evento dell’Ascensione. I due angeli di cui Luca parla, invitano ad essere operosi sulla terra piuttosto che stare a fissare il cielo dal quale Gesù tornerà.

Si è aperto così il tempo dell’attesa, l’attesa del suo ritorno.

E’ il tempo che stiamo vivendo qui ed ora, il tempo del “già e non ancora”; Gesù è già risorto ma non è ancora tornato.

A noi compete attenderlo, nella vigilanza.

Questo tempo quindi che si è aperto con l’Ascensione ci chiede di vivere una fede operosa, non rimanendo a fissare il cielo, con le mani in mano.

Questo tempo, nel quale il Signore è pienamente il “Dio con noi” chiede, a noi e alla sua Chiesa, di essere testimoni del Risorto.

Buona festa,

Claudio

Il Signore ama il suo popolo

Dunque oggi torniamo a celebrare insieme.

Insieme tra noi, popolo di Dio, ma anche insieme con i sacerdoti posti a servizio del popolo santo di Dio.

“Casualmente” oggi la liturgia ci fa pregare il Salmo 149

Cantate al Signore un canto nuovo;
la sua lode nell’assemblea dei fedeli.
Gioisca Israele nel suo Creatore,
esultino nel loro Re i figli di Sion.
Lodino il suo nome con danze,
con timpani e cetre gli cantino inni.
Il Signore ama il suo popolo,
incorona gli umili di vittoria.

Esultino i fedeli nella gloria,
sorgano lieti dai loro giacigli.
Le lodi di Dio sulla loro bocca
e la spada a due tagli nelle loro mani,
per compiere la vendetta tra i popoli
e punire le genti;
per stringere in catene i loro capi,
i loro nobili in ceppi di ferro;
per eseguire su di essi il giudizio già scritto:
questa è la gloria per tutti i suoi fedeli.

Alleluia.

Questa è la novità di Dio che fa nuova la condizione umana e che suggerisce quel canto nuovo mediante il quale, per l’appunto la condizione umana risponde alla gratuità dell’amore di Dio.


Siamo un popolo sacerdotale, depositario dell’investitura sacerdotale di Cristo, in quanto siamo partecipi della sua missione di profeta, sacerdote e re. Il battesimo ci rende tutti sacerdoti perché ci innesta nel corpo di Cristo e ci consacra per essere nel mondo la manifestazione della comunione tra Dio e l’umanità. Dal sacerdozio battesimale proviene una conseguente funzione ministeriale che accomuna tutti i fedeli e rende ragione della corresponsabilità di tutti i cristiani alla comune missione.

Il Concilio Vaticano II ha consegnato alla Chiesa la verità del sacerdozio battesimale o, altrimenti detto, sacerdozio comune dei fedeli: «I battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce. Tutti quindi i discepoli di Cristo […] offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cf. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna». (Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, 10)

Come Cristo, tutti noi cristiani siamo chiamati a vivere il “culto spirituale” offrendo la propria vita in sacrificio di soave odore a Dio attraverso un cammino di santità che non escluda la possibilità del martirio. Nella nona Omelia sul Levitico, Origene (teologo e filosofo vissuto tra il II e III secolo d.c.) richiama in modo magistrale questa condizione del cristiano:

«Quando dono quel che possiedo, quando porto la mia croce e seguo il Cristo, allora io offro un sacrificio sull’altare di Dio. Quando brucio il mio corpo nel fuoco dell’amore e ottengo la gloria del martirio, allora io offro me stesso quale olocausto sull’altare di Dio. Quando amo i miei fratelli fino a dare per essi la mia vita, quando combatto fino alla morte perla giustizia e per la verità, quando mortifico il mio corpo astenendomi dalla concupiscenza carnale, quando sono crocifisso al mondo e il mondo è crocifisso per me, allora io offro di nuovo un sacrificio d’olocausto sull’altare di Dio…allora io divento un sacerdote che offre il suo proprio sacrificio». Questa è la dignità del sacerdozio battesimale.


Nel tempo segnato dalla pandemia del virus Covid19, in vigenza di disposizioni che impedivano le celebrazioni con il popolo, i sacerdoti non hanno  cessato di celebrare a porte chiuse il sacrificio di Cristo, unico ed eterno sacerdote, ed il popolo ha esercitato il ministero comune dei fedeli con le consuete azioni, praticate non nel tempio ma sulle strade della scuola, dell’ università, del lavoro, delle attività ed incombenze, degli affetti, delle relazioni amicali, della meditazione della Parola di Dio, della comunione spirituale, delle opere di carità, dell’ interesse per la città dell’uomo che condividiamo con quanti appartengono a medesimi territori. Un sacerdozio, il nostro, rivolto all’esterno, a servizio del mondo.

Adesso torniamo a celebrare insieme ritrovando così la dimensione comunitaria propria della fede cristiana; le indicazioni cui attenersi per la tutela della salute con protocollo tra la Conferenza Episcopale ed il Governo, incidono sulle modalità della celebrazione e limitano il numero dei partecipanti, evidenziando che il rischio contagio permane e che nella fase 2 ecclesiale, che può essere lunga, non è ancora possibile il libero convenire insieme che caratterizza la celebrazione eucaristica e la vita della Chiesa.

L’indispensabile legame fede-vita-culto, che dovrebbe sempre caratterizzare il cammino del credente, in tempo di Coronavirus si esprime anche con le attenzioni necessarie per la tutela della salute, sia nella vita quotidiana che nella celebrazione comunitaria.


E’ bello ed importante che ci faccia piacere poterci nuovamente incontrare ed incrociare gli sguardi di volti conosciuti, anche se coperti parzialmente dalle mascherine, con quanti condividiamo soprattutto il dono della fede.

Mi auguro che sia questa la maggiore motivazione della nostra gioia: nella consapevolezza che ci salviamo insieme, desideriamo esprimere accoglienza reciproca che è anche rispetto per il vissuto dell’altro, condivisione di intenti, esercizio comune per la cura dei piccoli e dei deboli, come pure degli impoveriti spesso a causa del nostro egoismo.

In questi due mesi e mezzo, anche questo tempo benedetto da Dio, abbiamo potuto continuare ad incontrare il Signore che non si lascia imbrigliare da riti, luoghi, formule.

E’ pur vero che abbiamo messo in atto un certo distanziamento nelle relazioni ed ora abbiamo bisogno di una riabilitazione relazionale. La pestilenza ha messo in evidenza il trauma che nelle nostre relazioni già esisteva; proviamo solo a pensare alle relazioni all’ interno delle comunità di appartenenza siano esse l’ambiente di lavoro, i rapporti amicali, la parrocchia, ecc.

Abbiamo bisogno di accogliere il trauma, evitare di far finta di niente e mettere la testa sotto la sabbia proprio come fanno gli struzzi. Adesso occorre una capacità nuova di relazionalità, una capacità rinnovata dall’esperienza che tutti abbiamo vissuto. Credo che non ci sia richiesto di tornare alla poco nobile “normalità” precedente all’arrivo del virus: molto fortemente contraddistinta, tra l’altro, da fretta, egocentrismo, presunzione, giudizio, ragionamenti abituali, abitudini consolidate. Cause non trascurabili, spesso, della sterilità che caratterizza le nostre comunità sociopolitiche, economiche, ecclesiali.

Non è auspicabile tornare a questi connotati della “normalità” che abbiamo alle spalle; personalmente spero di incontrare persone “nuove dentro” che desiderino, insieme, andare alla ricerca dell’essenziale e osare nuovi percorsi, tradurre il Vangelo in segni di vita per dare sapore di Vangelo alla nostra realtà.

Qualsiasi percorso riabilitativo richiede gradualità, pazienza e costanza con molto impegno perché impone di lavorare su se stessi. Difficilissimo, ma non impossibile. Al termine, però, ci riapproprieremo delle funzionalità compromesse, ritroveremo l’armonia desiderata.

La riabilitazione ci farà approdare ad una nuova relazionalità che saprà generare una nuova comunità? Quale sarà l’originale novità frutto del nostro impegno personale e comunitario?

Speriamo che questa esperienza  non sia servita ad acquisire solo nuove capacità e competenze nel lavarci le mani o nel sanificare i luoghi di culto.

Forse Dio sta chiedendoci altro, Lui che ha cura di noi perché ci ama e sa bene che siamo costitutivamente vulnerabili in quanto creature: siamo il suo popolo amato, il popolo in cui si compiace. Occorre chiederGli il dono di comprenderlo attraverso autentici percorsi di discernimento comunitario e di sinodalità che anche Papa Francesco di invita ad intraprendere fin dal suo primo affacciarsi alla Loggia delle Benedizioni quando ha chiesto che il popolo pregasse per il Vescovo di Roma.

Claudio

Coronavirus: tragedia senza cambiamento

13 maggio 2020

“Farò camminare  i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura” (Isaia 42,16)

Questi tempi richiedevano
la conversione dei cuori
e della prassi ecclesiale.

Alla creatività dello Spirito
abbiamo, invece, preferito
la burocrazia dei protocolli,

alla discontinuità profetica
abbiamo preferito la reiterazione
delle forme.

Era il tempo opportuno e
non lo abbiamo riconosciuto.
Il giudizio, quindi, rimane questo:

Dio apre strade nel deserto
ma il popolo preferisce rimanere
fermo,

Dio fa cose nuove
ma il popolo preferisce continuare
come prima (1).


1) Isaia 43,18-21:
“Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
sciacalli e struzzi,
perché avrò fornito acqua al deserto,
fiumi alla steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi”.

(da: AltraNarrazione: una spiritualità profetica)

Le Vie dello Spirito

Incontri spirituali all’ Eremo San Martino di Agliati

Sabato 16 Maggio ore 15:15 – incontro telematico

Introduce

la Dott.ssa Laura Capantini (psicologa, filosofa, insegnante)

Metodo:
Introduzione, Riflessione personale, Condivisione

Per partecipare Join Zoom Meeting
Meeting ID: 981 3625 9617 – Password: 017070


Le relazioni non sono un’eventualità della nostra esistenza, ma sono costitutive – origine e destino – dell’essere umano. Come ci ricorda Papa Francesco, infatti, “il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innun1erevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente. Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da se stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature” (Francesco, Laudato sì, 240), anche quando la relazione reca la traccia della nostra ineludibile e strutturale vulnerabilità.