Tu hai cura di noi

MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA
IN TEMPO DI EPIDEMIA

PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE

FRANCESCO

Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v.40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

Con Francesco sul sagrato

Riporto da “Avvenire” l’articolo qui di seguito. Il Santo Padre concede l’indulgenza plenaria attraverso la benedizione Urbi et Orbi (alla città ed al mondo) che normalmente viene impartita dopo l’elezione del nuovo pontefice, il giorno di Pasqua e di Natale.

Una piazza San Pietro vuota ma colma della presenza “spirituale” di ogni cristiano, di ogni battezzato, di ogni credente.

L’articolo illustra bene il senso di questa giornata “particolare” in cui ci viene chiesto di sostenere il Papa che prega, invoca, benedice.

Ne riceveremo il centuplo in fede e speranza perchè nello sgomento e nella paura, a meno di un metro da noi, scopriremo ancora una volta la presenza dell’Amore.

Claudio


Un venerdì di Quaresima particolare quello del 27 marzo. Segnato dal dolore per le vittime del virus, inquietato dai numeri del contagio, ma anche contraddistinto dalla speranza che si alimenta con la preghiera. Dalla presenza della Chiesa che si fa più che mai vicina agli ultimi, a chi sta pagando un prezzo terribile all’emergenza. Una testimonianza che si fa ancora più concreta in questo “Venerdì della misericordia” in cui i vescovi che ne hanno la possibilità sono invitati a recarsi da soli a un Cimitero della loro diocesi per un momento di raccoglimento, veglia di preghiera e benedizione. L’intenzione è quella di affidare alla misericordia del Padre tutti i defunti di questi giorni nonché di esprimere anche in questo modo la partecipazione della Chiesa al dolore di chi è nel pianto.

A maggior ragione molto significativo in questo senso il gesto del Papa che oggi alle 18, presiederà un momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro, con la piazza vuota (QUI COME SEGUIRLO), per chiedere al Signore di ascoltare l’invocazione di tutti gli uomini e le donne in questo tempo segnato dall’epidemia. La preghiera prevede anche l’adorazione del Santissimo Sacramento, con il quale al termine il Pontefice impartirà la Benedizione Urbi et Orbi, con la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria. Quest’ultima eccezionalmente “cambia” alla luce dei tempi particolari che viviamo.

Come noto l’indulgenza è la totale o parziale remissione, cioè la cancellazione, della pena temporale dovuta per i peccati già confessati e perdonati sacramentalmente. Per spiegarla bene, spesso si ricorre all’esempio del foro sul muro e del chiodo che l’ha procurato. Il chiodo è il peccato che una volta confessato e perdonato attraverso la Confessione “non c’è più”. Resta invece l’effetto del male commesso, il foro, che l’indulgenza per così dire chiude. Riassumendo: l’assoluzione sacramentale cancella i peccati, mentre l’indulgenza cancella la pena temporale, che non significa terrena, ma con una durata di tempo non senza fine: terrena, oppure da scontare in Purgatorio..

Normalmente le condizioni per ottenere l’indulgenza sono la Confessione sacramentale, la comunione eucaristica e la preghiera secondo le intenzioni del Papa. È inoltre chiesta un’opera “indulgenziata” da compiere nei tempi stabiliti, che può essere, ad esempio una determinata preghiera o la visita a una chiesa particolare.

Come detto però in questi tempi di emergenza la Chiesa dà la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria ai malati di coronavirus, agli operatori sanitari, ai familiari e a quanti, con modalità differenti si prendono cura di chi sta male. E proprio in virtù della situazione attuale stabilisce condizioni particolari, che ad esempio non prevedono la presenza fisica alle celebrazioni, salvo poi provvedere appena possibile. Vale la pena leggere direttamente, quanto stabilisce il decreto della Penitenzieria apostolica pubblicato lo scorso 20 marzo:

«Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa o della Divina Liturgia, alla recita del Santo Rosario o dell’Inno Akàthistos alla Madre di Dio, alla pia pratica della Via Crucis o dell’Ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio oppure ad altre preghiere delle rispettive tradizioni orientali, ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile»

L’Indulgenza plenaria si può ottenere anche da parte di chi, in punto di morte, sia impossibilitato a ricevere l’Unzione degli infermi o il Viatico, «purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera». In questo caso è raccomandato l’uso del crocifisso e della croce.

Inoltre, proprio in virtù della drammatica eccezionalità che viviamo, la Penitenzieria apostolica va oltre e concede la possibilità di ottenere l’Indulgenza plenaria anche «a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario o dell’inno Akàtistos alla Madre di Dio, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, o dell’ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio o altre forme proprie delle rispettive tradizioni orientali di appartenenze per implorare la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna a quanti il Signore ha chiamato a sé».

Infine con una nota collegata al decreto, la Penitenzieria apostolica, apre eccezionalmente alla possibilità all’assoluzione collettiva. Spetta al pastore della Chiesa locale «e relativamente al livello di contagio pandemico» determinare «i casi di grave necessità nei quali sia lecito impartire l’assoluzione collettiva: ad esempio all’ingresso dei reparti ospedalieri, ove si trovino ricoverati i fedeli contagiati in pericolo di morte, adoperando nei limiti del possibile e con le opportune precauzioni i mezzi di amplificazione della voce, perché l’assoluzione sia udita».

Inoltre dove «i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, si ricorda che la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali».

Riccardo Maccioni, giovedì 26 marzo 2020 Tratto da “Avvenire”

Ancora in preghiera

In occasione della Solennità della Annunciazione del Signore la Chiesa che è in Italia è tornata a darsi appuntamento per innalzare la preghiera a Dio in favore della comunità nazionale.

Dal Santuario di Santa Maria delle Grazie in Brescia il Vescovo ha guidato la recita del Santo Rosario e rivolto la supplica a San Paolo VI Papa, originario proprio di quella terra e diocesi.

Supplica a San Paolo VI nel Tempo dell’Epidemia

Ci rivolgiamo a te,
san Paolo VI,
nostro amato fratello nella fede,
pastore della Chiesa universale
e figlio della nostra terra bresciana.

Ti presentiamo la nostra supplica,
in questo momento di pena e dolore.
Sii nostro intercessore presso il Padre della misericordia
e invoca per noi la fine di questa prova.

Tu che hai sempre guardato al mondo con affetto,
tu che hai difeso la vita e ne hai cantato la bellezza,
tu che hai provato lo strazio per la morte di persone care,
sii a noi vicino con il tuo cuore mite e gentile.

Prega per noi,
vieni incontro alla nostra debolezza,
allarga le tue braccia, come spesso facesti quando eri tra noi,
proteggi il popolo di questa terra che tanto ti fu cara.

Sostienici nella lotta,
tieni viva la nostra speranza,
presenta al Signore della gloria
la nostra umile preghiera,
perché possiamo presto tornare
ad elevare con gioia il nostro canto
e proclamare la lode del nostro Salvatore.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
Amen

Mons. Pierantonio Tremolada, vescovo di Brescia

Passa Parola

Volentieri segnalo una recente iniziativa di Paolo Curtaz che va nella direzione dell’auto-formazione per adulti nella fede.

In poche parole lo stesso autore la presenta così:

Su questo portale puoi trovare i webinar e i corsi di Paolo Curtaz, per fare formazione, cioè dare forma all’azione, per cercare, per capire, per approfondire la fede cristiana e la vita interiore. Una academy dell’anima, se vuoi. Passaparola, cioè passa la Parola

www.passaparola.org

(Paolo Curtaz e adesso anche Passa Parola sono presenti tra i link consigliati di questo sito web)

A raccolta

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

Mt 1,16.18-21.24

***

La Solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria, anche solo per un giorno, interrompe la sobrietà, l’austerità del cammino quaresimale del cristiano. Questo in tempi “normali”, come eravamo abituati a vivere, almeno fino allo scorso anno.

Con l’arrivo della pestilenza che ci costringe in casa (lo dobbiamo fare!), incontriamo anche la rinuncia alla “sosta” che fare memoria di San Giuseppe significava.

Abbiamo iniziato con la rinuncia alla memoria del Battesimo che facevamo attingendo all’acqua benedetta; abbiamo rinunciato ad esprimere con il gesto della pace la nostra adesione alla volontà del Padre, di riconoscerci quali siamo, suoi figli e fratelli tra di noi; poi è venuta la rinuncia della partecipazione alla celebrazione eucaristica. E peggio é per noi se non viviamo queste rinunce come offerte, se queste rinunce non le trasformiamo in offerta.

Certamente accettiamo e offriamo, tuttavia ciò non significa che comprendiamo e condividiamo totalmente le restrizioni imposte alla vita credente.

Per fortuna la televisione, penso in particolare a TV2000 ed anche ad alcuni canali locali, hanno rivoluzionato il proprio palinsesto per consentire almeno la partecipazione spirituale alla eucarestia.

Vero è che anche i social possono rivelarsi un aiuto concreto al cammino di fede, ma è altrettanto vero che non lo sono per ampie fasce di popolo di Dio.

***

E proprio su TV2000 alle 21 di questa sera, dalla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale in Roma, sarà trasmessa in diretta la recita del Santo Rosario.

Anche Papa Francesco al riguardo ha affermato: “Faccio mio l’appello dei Vescovi italiani che in questa emergenza sanitaria hanno promosso un momento di preghiera per tutto il Paese”. Anche il Papa invita a pregare il Rosario alle 21 del 19 marzo, festa di san Giuseppe, come ha proposto di fare la Cei per invocare insieme dalla Madonna e dal Santo Custode la fine della pandemia“.

Di lui, uomo giusto, uomo mite e docile che si prende cura della sua famiglia, i vangeli non ci restituiscono neppure una parola se non che “Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore” come ci propone la odierna liturgia della Parola.

Giuseppe è diventato una persona di grande fascino e di perenne attualità: è stato un profugo, un lavoratore orgoglioso del proprio mestiere, che ha insegnato al figlio, aperto alle “sorprese” di Dio, che gli hanno sconvolto l’esistenza.

E così San Giuseppe è considerato il patrono delle famiglie, dei lavoratori, dei bambini abortiti, dei genitori che attendono una nuova creatura, degli emigranti e dei rifugiati, degli agonizzanti. Egli assiste e protegge i morenti. E’ patrono della Chiesa universale. La sua intercessione è invocata per gli amministratori, per i falegnami, ingegneri, costruttori, artigiani e viaggiatori. A lui si rivolgono le persone che sono tormentate dal dubbio e dall’incertezza, coloro che hanno una profonda vita interiore.

Sarà anche per tutto ciò che, in questa circostanza, i nostri vescovi ci chiamano a raccolta, a trovarci idealmente riuniti e spiritualmente uniti in preghiera.

Alle prese con il distanziamento sociale, penso che siamo assaliti tutti da sensazioni e sentimenti che ci suggeriscono un equilibrato e pensoso raccoglimento, siamo invitati ad affidarci alla protezione del silenzioso Giuseppe.

Non possiamo non chiedere a San Giuseppe di prendersi cura delle famiglie, dei padri e delle madri, di quanti in qualche modo aiutano a crescere.

In questi ultimi giorni le fonti giornalistiche stanno mettendo in risalto un dramma nel dramma; quello di chi deve affrontare il momento del passaggio alla vita nuova nella più assoluta solitudine. Non un volto familiare e una mano amata ad accarezzare la vita che passa da questo mondo all’altro.

Mi piace immaginare San Giuseppe, che noi invochiamo come protettore della buona morte, che si fa vicino e si prende cura di quanti, sofferenti, muoiono.

Oggi è anche la festa dei papà; ed anche di Papa Francesco che il 19 marzo di 7 anni fa iniziava il pontificato.

Ci viene proposto di esporre, alle finestre delle case, un piccolo drappo bianco o una candela accesa durante la recita del S.Rosario.

Claudio

Qui trovi il Sussidio per pregare insieme stasera e l’Esortazione apostolica “Il custode del Redentore” di Giovanni Paolo II

Affidati a te per sempre

Il Vescovo di Pisa, Mons. Giovanni Paolo Benotto, ieri a conclusione della celebrazione eucaristica in Cattedrale e dopo aver compiuto l’Atto di affidamento alla Madonna di Sotto gli Organi ha ricordato alcuni appuntamenti per questa settimana; occasioni di incontro che possiamo seguire attraverso i canali social della diocesi: ogni giorno alle 8 la Santa Messa dalla cappella privata del palazzo arcivescovile, mercoledì alle 18 la catechesi  con a tema “l’Eucarestia e la celebrazione della S. Messa” e venerdì  la Via crucis dei giovani  “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6)

Il vescovo ha voluto sottolineare un appuntamento promosso dalla Conferenza Episcopale italiana, al quale ha chiesto di unirsi.

La Chiesa italiana promuove un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario (Misteri della luce), simbolicamente uniti alla stessa ora: alle 21 di giovedì 19 marzo, festa di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia.

In questo momento di emergenza sanitaria, la Chiesa italiana promuove un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario (Misteri della luce), simbolicamente uniti alla stessa ora: alle 21 di giovedì 19 marzo, festa di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia. Alle finestre delle case si propone di esporre un piccolo drappo bianco o una candela accesa.

TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera in diretta. 

“A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, insieme con quello della tua santissima sposa.” (Leone XIII)


Atto di affidamento alla Madonna di sotto gli organi

Santa Maria Madre di Dio, ci affidiamo a Te!

Da secoli il popolo pisano ti ha scelto come Madre

e Tu l’hai protetto, liberato e guidato.

I nostri padri ci hanno consegnato

la consapevolezza della tua maternità.

Noi la accogliamo

e desideriamo trasmetterla alle giovani generazioni,

proclamandoti ancora una volta Madre amatissima.

Stiamo vivendo l’esperienza dolorosa

di un mondo che si allontana da Gesù;

vediamo lo sconcerto delle famiglie e dei giovani,

dei poveri e dei sofferenti:

per questo vogliamo compiere l’atto solenne

della nostra consacrazione a Te

con la disponibilità dei figli

che si sentono amati dalla loro mamma.

Santa Maria, Madre di Dio,

ti affidiamo la nostra Chiesa!

Tu doni al mondo

la Grazia dello Spirito che ci rende nuovi.

Tu ci offri la possibilità di incontrare oggi,

Cristo tuo Figlio come fratello e Salvatore.

Tu ci dai la gioia di vivere insieme con te

l’appartenenza alla Chiesa,

nell’ascolto attento della Parola di Dio,

nella frequenza assidua all’Eucaristia

e nella condivisione dei bisogni dei poveri.

Siamo pronti a seguire Cristo tuo Figlio

che ci guida attraverso il Papa e i vescovi,

Pastori della Chiesa.

Santa Maria, Madre di Dio, ti affidiamo

le nostre famiglie e il nostro lavoro!

Questa consacrazione

ci chiede un grande impegno educativo

ed una forte ascesi personale

per vincere le nostre resistenze alla fede

e per compiere tutti insieme il cammino

verso le mete alte della vita cristiana.

Siamo pronti a seguire Cristo tuo Figlio!

Ti presentiamo le nostre famiglie,

specialmente quelle che sono nella sofferenza,

coloro che in questo momento così tragico

assistono gli ammalati: medici e operatori sanitari,

e quanti lottano per la dignità della propria vita

e del proprio lavoro.

Affidiamo a te i nostri fratelli defunti

perché possano godere in eterno

la visione beata del Signore e la pace dei santi.

Santa Maria, Madre di Dio,

ti affidiamo tutti i fedeli della nostra Chiesa!

Questa consacrazione ci impegna a testimoniare

la freschezza della fede in una vita rinnovata:

Ti presentiamo i nostri sacerdoti e le persone consacrate,

gli adulti e gli anziani, i politici e gli operatori sociali,

perché trasmettano il tuo dono d’amore

alle nuove generazioni.

Consacriamo a te i giovani

perché siano lieti di accogliere e di far crescere

la bellezza della fede

e perché quanti sono chiamati

alla totale donazione di sé al Signore

siano pronti con te e come te a dire il proprio “eccomi”.

A Te, o Maria, modello ed esempio di vita,

affidiamo i giovani

perché possano diventare a loro volta

genitori saggi e generosi delle generazioni future.

Noi, popolo di Dio della Chiesa pisana

oggi ti riconosciamo e ti acclamiamo Madre di Dio,

Madre e Patrona nostra, e ci consacriamo a Te.

L’Arcivescovo, pastore di questa Chiesa,

insieme al suo popolo,

si affida a Te per sempre.

Amen.


Nella antica Chiesa di San Sisto in Cortevecchia (nelle vicinanze di Piazza dei Cavalieri) a Pisa viene invocato San Rocco quale protettore nelle pestilenze e delle epidemie. Una proposta di Novena che giunge da quella comunità parrocchiale.

Preghiera a Maria

PREGHIERA DI AFFIDAMENTO

ALLA BEATA VERGINE MARIA DEL DIVINO AMORE

di Papa Francesco

O Maria,

tu risplendi sempre nel nostro cammino

come segno di salvezza e di speranza.

Noi ci affidiamo a te, Salute dei malati,

che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù,

mantenendo ferma la tua fede.

Tu, Salvezza del popolo romano,

sai di che cosa abbiamo bisogno

e siamo certi che provvederai

perché, come a Cana di Galilea,

possa tornare la gioia e la festa

dopo questo momento di prova.

Aiutaci, Madre del Divino Amore,

a conformarci al volere del Padre

e a fare ciò che ci dirà Gesù,

che ha preso su di sé le nostre sofferenze

e si è caricato dei nostri dolori

per condurci, attraverso la croce,

alla gioia della risurrezione.

Amen.

Sotto la tua protezione troviamo rifugio,
Santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche
di noi che siamo nella prova
e liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta.

Facciamoci interrogare da Dio

Dal giorno 11 marzo u.s., da quando tutta l’Italia è progressivamente andata chiudendosi per contenere la pandemia, ogni sera alle 19 (su TV2000) il Vicario del Papa per la diocesi di Roma, Card. Angelo de Donatis, celebra la Santa Messa al Santuario del Divino Amore in Roma (se accedi ai link consigliati troverai anche il link di questo Santuario).

Il Vangelo di oggi è quello della samaritana al pozzo, cui Gesù chiede da bere; nella sua omelia il Cardinale parte da qui, ricorda che “nella prima domenica di Quaresima siamo entrati nel deserto con Cristo per combattere la buona battaglia, nella seconda abbiamo contemplato la meta del cammino, la trasfigurazione”.

Con la trasfigurazione, sottolinea il cardinale, “abbiamo compreso che lo scopo della prova non è diventare degli eroi, ma figli. Figli trasformati dalla luce della Pasqua. Questo è il nostro destino: la vita piena. Dove le lacrime, la fatica cederanno il posto alla carezza di Dio. Siamo cenere, ma lo spirito ci trasformerà in luce”.

La terza tappa del cammino quaresimale è proprio quello in cui Gesù “seduto sul pozzo afferma solennemente davanti alla donna samaritana diventerà in voi una sorgente che zampilla per la vita eterna”.

Quest’acqua, spiega il cardinale de Donatis, “è lo Spirito Santo riversato nei nostri cuori. Il cristiano, ogni battezzato, non è più un mendicante di felicità, non è un affamato che gira nei rifiuti, ma è un pozzo, una sorgente inesauribile di vita. Dio ha messo nei suoi figli tutto quello che serve per amarlo”.

Insomma, “noi tutti siamo il tempio di Dio sulla terra”, e questo è bene ricordarlo “in questo tempo tribolato in cui è anche difficile andare nelle nostre chiese di mattoni e non possiamo accostarci ai sacramenti”.

Va riscoperto che “tutta la vita del cristiano sia canale di grazia”, sottolinea. E aggiunge che è “ridicolo pensare che un virus possa impedire a Dio di consolare i suoi figli amati”.

Vero, “non possiamo celebrare l’Eucarestia come popolo radunato, i riti sono sospesi, ma non il mistero che in essi è significato. Anche in mezzo all’epidemia possiamo vivere una vita eucaristica, fatta di adorazione e di servizio al prossimo”, anche senza la celebrazione dei riti.

Il cardinale chiede a tutti di farsi interrogare da Dio, che “ci chiede con dolcezza quanto ciò che fino a ieri hai celebrato è diventato acqua viva che zampilla per la vita eterna, quella vita divina che nemmeno un virus può cancellare”.

Da qui, l’invito a verificarsi. Sottolinea il cardinale: “Quanti riti senza mistero, quante confessioni senza pentimento, quante eucarestie senza ringraziamento, quanti matrimoni a fedeltà intermittente, quanta carità fatta senza amore”.

Il cardinale chiede di riscoprire la preghiera, e “l’esame di coscienza fatto bene e a lungo”, pregando la Liturgia delle Ore, perché “tutti noi battezzati siamo il popolo sacerdotale che intercede per il mondo e che sparge l’acqua del consolatore”.

Un tempo di enorme responsabilità

Nel contrasto alla diffusione del coronavirus, l’estensione a tutto il Paese delle misure restrittive, decise dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri con il decreto del 9 marzo, ha ribadito l’impedimento a ogni celebrazione della Santa Messa con concorso di fedeli. Questa decisione, che crea rammarico e disorientamento nei Pastori, nei sacerdoti, nelle comunità religiose e nell’intero Popolo di Dio, è stata accettata in forza della tutela della salute pubblica.

A maggior ragione, tale inedita situazione deve poter incontrare una risposta non rassegnata né disarmante. Va in questa direzione l’impegno con cui la Chiesa italiana – soprattutto attraverso le sue Diocesi e parrocchie – sta affrontando questo tempo, che come ricorda Papa Francesco costituisce un cambiamento d’epoca, per molti versi spiazzante. Più che soffiare sulla paura, più che attardarci sui distinguo, più che puntare i riflettori sulle limitazioni e sui divieti del Decreto, la Chiesa tutta sente una responsabilità enorme di prossimità al Paese.

È prossimità che si esprime nell’apertura delle chiese, nella disponibilità dei sacerdoti ad accompagnare il cammino spirituale delle persone con l’ascolto, la preghiera e il sacramento della riconciliazione; nel loro celebrare quotidianamente – senza popolo, ma per tutto il popolo – l’Eucaristia; nel loro visitare ammalati e anziani, anche con i sacramenti degli infermi; nel loro recarsi sui cimiteri per la benedizione dei defunti.

Ancora, questa prossimità ha il volto della carità, che passa dall’“assicurare a livello diocesano e parrocchiale i servizi essenziali a favore dei poveri, quali le mense, gli empori, i dormitori, i centri d’ascolto”, come scrive Caritas Italiana, che aggiunge l’attenzione a “non trascurare i nuovi bisognosi e anche chi viveva già situazioni di difficoltà e vede peggiorare la propria condizione”.

Sul territorio le iniziative – sia in campo liturgico che caritativo – si stanno moltiplicando, sostenute dai Vescovi e dalla passione di preti e laici, di animatori e volontari.

La Segreteria Generale della CEI, oltre a rispondere alle domande che provengono dalle Diocesi, sta predisponendo una serie di sussidi che possano accompagnare la preghiera personale e familiare, come pure di piccoli gruppi di fedeli. Attraverso Avvenire, Tv2000, Circuito InBlu e Sir si stanno mettendo a punto nuove iniziative, programmi orientati alla preghiera e all’offerta di chiavi di lettura con cui interpretare alla luce della fede questa non facile stagione. Un ambiente digitale raccoglierà e rilancerà le buone prassi messe in atto dalle Diocesi e offrirà contributi di riflessione e approfondimento.

La Segreteria Generale della CEI

Roma, 10 marzo 2020