Preghiera a Maria Regina della pace

Madonna di Sotto gli Organi – Pisa

Anche questo anno la Chiesa pisana ha celebrato la Solennità di Maria ss. Madre di Dio con una celebrazione eucaristica per la Pace. Il Vescovo Giovanni Paolo Benotto ha dedicato ampiamente l’omelia illustrando e riflettendo sul Messaggio di Papa Francesco per questa LIII Giornata Mondiale della Pace: “La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”.

Prima di concludere la celebrazione eucaristica l’Arcivescovo, ai piedi dell’immagine della Madonna di Sotto gli Organi, ha guidato l’Assemblea nella Preghiera a Maria, Regina della Pace.

Claudio


Santa Maria, madre dell’Amore!

Stringendo fra le braccia il tenero frutto del tuo grembo, udisti risuonare nei cieli di Betlemme l’angelico annuncio della pace, primo dono al mondo del Verbo fatto carne.

Volgi amorosa il tuo sguardo sulla notte oscura della nostra terra ancora ripiena di odio e di violenza.

Madre di misericordia!

Donando al mondo il Salvatore, diventasti il ponte misterioso che congiunge la terra al cielo.

Volgi, piena di grazia, il tuo sguardo

su questo mondo devastato da tante ostilità

perché i nemici si aprano al dialogo,

gli avversari si stringano la mano,

i popoli si incontrino nella concordia.

Vergine Maria, regina dell’universo!

Nel nascondimento della casa di Nazareth vivesti con amore semplice e fedele la dimensione quotidiana del rapporto familiare.

Volgi, benedetta tra tutte le donne, il tuo sguardo  su ogni famiglia

e sciogli il ghiaccio dell’indifferenza e del silenzio che rende estranei e lontani i genitori tra di loro e con i propri figli.

Maria, gloria di tutto il creato!

Tu maestra di fede e di sapienza, mantenesti un cuore puro capace di riconoscere la grandezza di Dio e di dire grazie comunque e sempre.

Volgi, serva del Signore, il tuo sguardo su ogni uomo e donna

perché siano capaci di parlare agli altri del cielo che si è fatto vicino

e di promuovere progetti di giustizia, di solidarietà e di pace.

Maria, Madre di Dio, fatto uomo!

Tu, Madre del Cristo, Principe della pace, aiutaci a capire che la prima pace è quella del cuore liberato dal peccato.

Volgi, Regina e Madre della pace, il tuo sguardo su tutti i credenti:

purificati,possano farsi costruttori di pace,

in modo che la città dell’uomo diventi il cantiere laborioso

in cui si realizza la salvezza di Cristo tuo Figlio,

che è la pace vera e duratura.

Amen!

Generare Speranza

A pochi giorni dall’inizio dell’Anno liturgico, propongo, dal Sito della Diocesi di Pisa, il materiale per l’Avvento.

Invito a prenderne visione, in particolare il progetto Generare Speranza che si pone a sostegno delle attività di Michele Lazzerini, Missionario laico “fidei donum” della nostra diocesi, in Amazzonia.


Disponibile il materiale per l’animazione dell’Avvento preparato dai Centri e dagli Uffici Pastorali.

Ricordando Don Adriano

Ho ricevuto, qualche giorno fa, una mail che ricorda un appuntamento annuale in memoria di don Adriano Valleggi scomparso per una malattia tropicale dopo un soggiorno a Tamanrasset (Algeria) .

Carissimi amici di San Frediano,
questo anno sono trent'anni della nascita a nuova vita del caro don Adriano.
Vi giro questo invito di Patrizia e Beppe Valleggi
Un caro saluto
Paolo

In occasione del trentennale, la s.Messa per don Adriano verrà celebrata
Martedì 26 novembre alle ore 21.00 nella chiesa di Nicosia (Calci)

Patrizia e Beppe Valleggi

Conobbi don Adriano al Campo Scuola del Movimento Studenti di Azione Cattolica di Pisa negli anni 1976 e 1977.

Ricordo di lui la simpatia che suscitava, la franchezza del parlare, la profondità delle meditazioni.

Proprio con due sue riflessioni desidero ricordarlo a me, a chi lo ha conosciuto magari molto meglio del sottoscritto, a quanti non hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

Claudio


da una lettera agli animatori giovani di A.C.

Mi rivolgo a te, perché tu puoi vivere questo amore, tu ora deve ESSERE INCARNAZIONE DELL’AMORE DEL SIGNORE CHE SALVA.

Occorre che tu sia DIVERSO. Solo la SANTITA’ di Gesù ha salvato il mondo. Essere diversi perché la tentazione, la realtà del peccato che è in te, in me, in ognuno, e contro questa tentazione dobbiamo lottare perché SE NOI NON DESIDERIAMO ESSERE SANTI NON SALVIAMO NESSUNO, né loro, né noi. Essere diversi, prima che fare cose diverse è DARE UN CENTRO DIVERSO A TUTTE LE PROPRIE COSE. Essere diverso, autenticamente, è il primo modo per amare gli altri.

Essere allora persone FORTI, persone che hanno un centro di vita e ad esso vogliono, sanno riportare ogni loro azione. Persone non sbattute qua e là da ogni idea, da ogni voglia, arrestate da ogni difficoltà, persone forti che sanno “tener duro” con coraggio. E’ una forza umana che trova in Cristo il suo perno.

ESSERE DI CRISTO allora. Un Cristo ascoltato, conosciuto, pregato, incontrato, obbedito, imitato nella Chiesa. Essere di Cristo è farti prendere da Lui, è dare a Lui, e a Lui solo, via libera dentro di te cosicché sia Lui ad animarti, sia Lui che “fa” la tua vita quotidiana. Questo vuol dire ascoltare la Parola, vivere i Sacramenti, pregare e poi concretamente obbedire a Lui.

Questo allora vuol dire che TU PUOI ESSERE UNO CHE SI DONA, PERCHE’ CRISTO E’ L’UOMO POR GLI ALTRI e quando Cristo vive in me io divento necessariamente capace di un dono. E di un dono grande.

SII TUTTO QUESTO INTENSAMENTE: non ti accontentare mai di quanto ora sei forte, di quanto ora sei di Cristo, di quanto ora ti stai donando; accontentarsi è impoverirsi; ti può spesso apparire più comodo, ma alla fine ti riduce: ”siate il meglio di qualunque cosa siate”.

E’ indispensabile educarsi a questo dono VIVENDOLO GIORNO PER GIORNO. E’ fondamentale che tu non guardi prima a te e poi agli altri e alle loro esigenze. Se io guardo prima a me stesso mi spavento, perché mi scopro incapace, soprattutto corro fortemente il rischio di misurare il mio dono in base alla mia disponibilità, ai miei progetti, alle mie paure. Se guardo prima agli altri, allora so farmi rivoluzionare dalle loro esigenze che mi interpellano, so aprirmi, so aver fede nel Dio che, conoscendo me e gli altri, ha fatto sì che ci incontrassimo.

Amare gli altri davvero:

  • amarli perché il Signore li ama
  • amarli perché hanno bisogno di essere amati
  • amarli perché solo amandoli rendi davvero viva in te la presenza del Signore
  • amarli perché il Cristo, attraverso la Chiesa, te lo chiede, lo chiede a te in modo preciso e insistente
  • amarli con la passione di chi desidera davvero la loro vera felicità e si scopre impotente da solo a realizzarla e per questo, pur confidando nel Signore, non si accontenta mai di ciò che è e di ciò che fa
  • amarli con la continuità di chi sa che l’amore è fatto dal ripetersi di tanti gesti, di tante gocce che alla fine, cadendo sempre nello stesso punto, riescono a forare la pietra
  • amarli con la concretezza di chi sa che perché un fuoco bruci occorre durare l’umile fatica di andare e raccogliere la legna; la concretezza di chi allora non lascia nulla di intentato nel suo amore
  • amarli con la gratuità
  • amarli con l’iniziativa
  • amarli con la gioia

Sulla strada buia della nostra vita è apparsa la luce di un amore, di qualcuno che è venuto in mezzo a noi, che ha detto che stava con noi perché ci amava e che ha dimostrato il suo amore donando a noi la sua vita, accettando di amarci fino a morire per noi; regalandoci un amore più forte della morte… Con Gesù l’amore diventa forte, tanto forte da diventare eterno, la vita spesa nell’amore diventa una vita che resta, che vale, che niente, nemmeno la morte, può sopprimere del tutto.

don Adriano

Appello per la pace in Siria

Arcidiocesi di Pisa Consiglio Pastorale Diocesano

Appello per la pace in Siria

“A tutti gli attori coinvolti e anche alla Comunità Internazionale; per favore, rinnovo l’appello ad impegnarsi con sincerità, con onestà e trasparenza sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci”. Il Consiglio Pastorale Diocesano (CPD) fa suo l’appello con il quale papa Francesco nell’Angelus del 13 ottobre us. ha ricordato il dramma della popolazione siriana in particolare nel nord est del Paese a maggioranza curda a causa degli attacchi turchi. Un’altra guerra che va ad aggiungersi ai moltissimi conflitti in corso, pensiamo in particolare a quello che si consuma nello Yemen, e all’origine di una larga parte delle migrazioni forzate del pianeta.

“Mai più la guerra, avventura senza ritorno”. Sono trascorsi quasi 29 anni da quella preghiera di Papa Giovanni Paolo II, un accorato e pressante appello pronunciato il 2 febbraio 1991, nonché un invito ripristinare la via del dialogo e del negoziato per porre fine alla Guerra del Golfo, un altro drammatico e sanguinoso conflitto che ha bagnato di sangue e di lutti il Medio Oriente.

Eppure poco o nulla, da allora, sembra cambiato.

Ancora una volta la logica dei rapporti di forza e le cosiddette ragioni della geopolitica prevalgono sul rispetto dei diritti umani e le ragioni della pace. Così, da quando la Turchia, ha ripreso i bombardamenti sul nord-est della Siria si contano già oltre 150.000 civili, intrappolati in quest’area di confine, costretti a lasciare le loro abitazioni e le stime dell’ U ritengono che il numero degli sfollati potrebbe aumentare sino a 50.000 persone. utto questo in un aese, la Siria, che gi conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati, e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita da questa nuova crisi.

Le flebili e tardive parole di condanna della comunità internazionale, in testa l’Unione Europea, suonano vuote e rimarranno sterili se non accompagnate da scelte conseguenti dirette a far cessare le armi, ridare la voce ai negoziati e a scoraggiare ulteriori futuri conflitti. L’embargo sulla vendita di armi alla Turchia, deciso da Germania, Francia, Norvegia, Finlandia, Italia e Olanda e che presto potrebbe essere esteso ad altri Paesi dell’Unione Europea, racconta anche chi è che ha armato l’esercito turco. Giova ricordare, al riguardo, che la urchia è il terzo paese al mondo verso cui l’Italia esporta armamenti, dopo Qatar e akistan, e che il Ministero degli Esteri nel 2018 ha autorizzato la vendita di armi all’esercito di Ankara per oltre 360 milioni di euro, una cifra in forte e costante crescita rispetto ai 266,1 milioni del 2017 e ai 133,4 del 2016.

“Come uomini e come cristiani, non dobbiamo ab ò sia ineluttabile e al nostro animo non deve essere permesso di cedere alla tentazione dell’indifferenza e della rassegnazione fatalistica, quasi che gli uomini non possano non essere coinvolti nella spirale della guerra”. Sono ancora le parole di San Giovanni Paolo II a illuminarci in questo momento drammatico: per la comunità cristiana nessuna guerra può mai essere accolta con fatalismo e indifferenza.

La preghiera prima di tutto – “strumento umile ma, se nutrito di fede sincera e intensa, più forte di ogni arma e di ogni calcolo umano” (Giovanni Paolo II): per questo il CPD invita le comunità parrocchiali a promuovere veglie e ad animare la liturgia domenicale tenendo presente anche i fatti drammatici che stanno nuovamente insanguinando lo scenario mediorientale e darne comunicazione alla Caritas diocesana perché la notizia possa essere divulgata e resa nota.

Poi la vicinanza alle vittime di questo ennesimo conflitto: tutta la rete internazionale Caritas, già operante da anni in Siria, si sta mobilitando per essere pronta a rispondere a questa nuova emergenza umanitaria in un contesto sempre più difficile e pericoloso. In particolare Caritas Siria, con il sostegno di Caritas Italiana e di altre Caritas estere, sta allestendo alcuni centri di accoglienza di sfollati che si stanno riversando in gran numero nell’area di Hassake. Il C P diocesano invita le parrocchie e i credenti a sostenere gli interventi in favore delle decine di migliaia di persone già costrette ad abbandonare le proprie abitazioni e destinate ad aumentare nelle prossime settimane se il conflitto non si arresterà, tramite i consueti canali per offerte a Caritas diocesana con causale “Emergenza Siria”.

Quindi la mobilitazione. Il CPD fa proprio l’appello al Governo Italiano, all’UnioneEuropea e a tutta la Comunità internazionale affinché si faccia tutto il necessario per interrompere, senza condizioni, l’ennesimo eccidio e ristabilire il rispetto del diritto internazionale, lanciato anche da Caritas Italiana e si rivolge direttamente ai rappresentanti locali in Parlamento ma anche ai rappresentanti impegnati in tutte le istituzioni civili locali perché si attivino per far sì che soprattutto dal basso arrivi una ferma richiesta in tale direzione, sotto forma di mozioni e ordini del giorno approvati nei consessi democraticamente eletti. Ora più che mai c’è bisogno dell’impegno e della solidarietà di tutti, perché si possa trovare una soluzione pacifica a questo ennesimo fronte di guerra e si possa rispondere velocemente ai bisogni umanitari più immediati.

Il popolo siriano, piagato da quasi nove anni di guerra che hanno causato morte, distruzione e povertà, ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita con dignità.

Pisa, 18 ottobre 2019

Il Consiglio Pastorale Diocesano

Sempre di città si parla…

Già in passato ho dato spazio a suoi interventi. Si tratta dell’amico Padre Agostino che, questa volta, ci pone questioni dalla periferia del campo Rom di Coltano: dalla baracca posta in un angolo del campo…

Non ci resta che leggere e lasciarci pro-vocare, soprattutto, se lo vogliamo, provare a mettere in discussione le nostre molte visioni distorte, preconcette, frutto di deficit di ricerca di informazione.

Buon itinerario,

Claudio


Sgomberi pericolosi perl’intera città di Pisa.

È stato un intervento dispotico che lascia circa 12 persone, gran parte minori, senza una abitazione e per strada. Anche le modalità sono discutibili, infatti i genitori coinvolti dello sgombero erano completamente all’oscuro, tanto è vero che al momento dell’intervento non si trovavano sul luogo e quando sono ritornati al campo la demolizione della loro baracca era già in atto…troppo tardi per ricuperare i loro effetti, i documenti e quant’altro. Sfido chiunque a controllare la propria rabbia.

Nei giorni precedenti non c’era stato alcun avviso, nessuna segnalazione da parte dei servizi sociali, che da mesi avevano intrapreso con la famiglia interessata un percorso per arrivare ad una soluzione, cioè l’individuazione di una abitazione che permettesse loro di trovare una giusta sistemazione, probabilmente era questione di pochi mesi di attesa.

Chi di noi non si sarebbe sentito raggirato e preso in giro?  

Forse la semplice baracca costruita in un angolo del campo era una minaccia alla sicurezza e all’ordine della città, quale fastidio procurava alla cittadinanza?

Ma la domanda di fondo che mi pongo è ben altra. Tanti operatori e gli stessi responsabili della società della salute affermano che non sapevano niente di questo sgombero, fino a ieri sera quando il comitato per l’ordine e la sicurezza della città ha deciso in tal senso. Posso anche dare per vere le loro affermazioni, cioè che loro non erano stati coinvolti e che non sapessero niente in tal senso, ma allora l’interrogativo da porre è ancora più preoccupante: quale ruolo hanno oggi le politiche sociali se il comitato della sicurezza decide per proprio conto, scavalcando competenze e impegni assunti da chi opera nei vari settori del sociale? Che senso ha che i servizi sociali offrano ora delle proposte fasulle di sistemazione (molto provvisorie) alle persone coinvolte nello sgombero, quando gli stessi avevano attivato un percorso con la famiglia interessata e che avrebbe portato ad una soluzione definitiva e positiva? È un corto circuito pericoloso per l’intera citta, perché di fatto la così detta “sicurezza e ordine pubblico” rischia di aumentare le sue vittime, creando più instabilità sociale. La soluzione dei problemi è vista come una perdita di tempo, purtroppo tra le sue vittime sono comprese pure le politiche sociali e questo credo non sia un bene per la città.

don Agostino Rota Martir

4 Luglio 2019 – campo Rom di Coltano –

Veglia di Pentecoste con il Vescovo

Ai Presbiteri, Religiosi/e, Diaconi permanenti
e a tutti i Fedeli laici e laiche della Chiesa pisana


Carissimi,
il tempo pasquale già ci proietta a rapidi passi verso la Pentecoste che celebreremo la domenica 9 giugno. Come sempre, nella vigilia, alle ore 21, ci ritroveremo in Cattedrale a Pisa per vivere insieme nella preghiera l’attesa del dono dello Spirito Santo.
Quest’anno, nella Veglia di Pentecoste, invito tutta la nostra Comunità diocesana a ringraziare il Signore per la Visita Pastorale che, iniziatasi nell’ottobre 2013, si è conclusa nell’aprile di quest’anno e per consegnare alla nostra Chiesa alcune indicazioni operative che scaturiscono
dalla presa di coscienza delle condizioni in cui si trova la nostra diocesi.

Per questo, fin da ora, invito a partecipare alla Veglia di Pentecoste tutti i membri dei Consigli Pastorali della nostra diocesi, quello diocesano, quelli vicariali e quelli parrocchiali o di Unità Pastorale, proprio perché questi organi di partecipazione ecclesiale si stanno dimostrando sempre più indispensabili per dare compiutezza al cammino della nostra Chiesa pisana.

È ovvio che, insieme ai sacerdoti, ai diaconi permanenti, ai religiosi e alle religiose e ai membri dei vari Consigli Pastorali, sono invitati a partecipare alla Veglia di Pentecoste tutti i fedeli laici, i catechisti, i ministri straordinari della Comunione, i membri dei Consigli Parrocchiali per gli Affari Economici insieme agli aderenti alle Associazioni, ai Gruppi e ai vari Movimenti ecclesiali.

Nella Veglia, tenendo conto delle costatazioni fatte nel corso della Visita Pastorale, consegnerò a tutti i presenti alcune indicazioni operative per orientare le scelte pastorali che come Chiesa pisana dovremo prendere per rendere più efficace il nostro impegno di evangelizzazione e di servizio di carità nella società oltre che nella realtà ecclesiale in cui viviamo.

In attesa di incontrarci, a tutti rivolgo il mio saluto cordiale, con l’augurio che sappiamo accogliere con generosità quanto lo Spirito di Dio suggerisce alla nostra Chiesa, per continuare e far crescere il nostro comune impegno al servizio del Vangelo e della nostra gente.
Cordialmente

+ Giovanni Paolo Benotto
   Arcivescovo


Pisa, 1 maggio 2019

Il tuo volto io cerco

Propongo, qui di seguito, quanto ricevuto da don Agostino e p. Luciano. Si tratta di una riflessione su quanto recentemente avvenuto in una periferia di Roma. Riporto integralmente questo contributo anche alla nostra riflessione con l’augurio che ciascuno di noi lettori possiamo accoglierlo senza pregiudizi e come una voce della Chiesa che vive a fianco degli ultimi, dei poveri, degli svantaggiati.

L’augurio, però, non può non accompagnarsi anche ad un auspicio: che di fronte alle sollecitazioni e alle contraddizioni di tutti i nazionalismi, dei materialismi, dell’egoismo, della immoralità e dei giudizi del mondo attuale ci sia concesso di essere fedeli, fino a morirne, alla verità e alla purezza dell’immagine del Figlio di Dio in noi.

Claudio


Torre Maura: calpestare il pane – spezzare il pane

Quei Rom che vivono nei campi, sotto le diverse denominazioni: attrezzati, abusivi, istituzionalizzati, micro insediamenti, villaggi…sono sostanzialmente stimmatizzati da tutti, lo fanno i partiti di ogni tendenza, dalle stesse organizzazioni che vorrebbero tutelarli, dall’opinione pubblica in generale. Il risultato è sempre lo stesso, una disparità pericolosa e dannosa per i Rom che vivono nei campi, chi per scelta, per costrizione o per mancanza di alternativa. I Rom dei campi sono di fatto accusati come fossero dei “parassiti”, dei privilegiati, approfittatori, incapaci di volersi integrare. Cosa poi significhi integrare è ancora tutto da valutare e capire. I fatti di Torre Maura di Roma sono la conseguenza di questo e di altro ancora, soprattutto decenni di esclusioni, di pregiudizi e di un clima di odio che ha portato a gettare per terra e calpestare il pane destinato a quel gruppo di Rom, collocati provvisoriamente in un alloggio, dopo lo sgombero del loro campo.

Spezzare il pane è sempre stato il gesto carico di significato, esprime condivisione, accoglienza, il riconoscimento della dignità umana dell’altro, senza esclusione di ceto, classe, religione ed etnia. Nel dare un pezzo di pane, non solo riconosco la dignità dell’altro, ma valorizzo anche la mia, la nostra.” Un pezzo di pane non lo si nega a nessuno!” Era un dato di fatto indiscutibile fino a qualche anno fa, ora non più!

Questo principio, quello di non negare il pane, piano piano ha cominciato a sgretolarsi, già da diversi anni: vedi le ordinanze di diversi sindaci (di ogni orientamento politico) che vietano di dare una semplice bevanda calda con una brioche ai clochard che gravitano attorno le stazioni, o ai migranti che cercano di attraversare il confine: vietato aiutarli! Tutto per il così detto “decoro cittadino” da salvaguardare! Dare del pane a chi è nel bisogno, da qualche anno a questa parte, è diventato una minaccia al decoro cittadino. Il decoro sembra ormai avere la priorità sul quel sentimento umano, primordiale che ha caratterizzato il genere umano e l’Occidente stesso, quello di garantire e donare il pane a tutti.

Ma spezzare il pane per un cristiano o per chi vive una sua fede religiosa, ha dei significati immediati, chiari: rimandano al Mistero stesso di Dio. La Bibbia, La Torah e il Corano sono ricchi di richiami e di messaggi “teologici” riguardo il pane da spezzare, da condividere soprattutto di fronte all’affamato, al bisognoso, come all’ospite e al viandante di passaggio.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo!” (Gv, 6, 41) Pane come dono di Dio, Gesù pane spezzato per la salvezza di tutti: buoni e cattivi, meritevoli o meno. “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo.” Gettare a terra il pane e calpestarlo perché non sia dato ai Rom è come calpestare il volto di Gesù, figlio di Dio che si è identificato con l’affamato, il povero, la vedova, il forestiero… Come tale è un gesto sacrilego che offende Dio e l’Uomo allo stesso tempo, umiliando non solo i Rom, ma l’intera umanità. Per il cristiano Cristo è presente in tutti, ma nei poveri tale presenza acquista una importanza tale, da essere paragonata allo stesso Mistero Eucaristico. Che senso può avere, non solo per coloro che hanno profanato il pane o per i tanti che si definiscono i “difensori della civiltà cristiana”, ma soprattutto per le nostre comunità cristiane, celebrare l’Eucarestia domenicale, se poi nella vita non riusciamo a spezzare il pane dell’amicizia e della giustizia con i privilegiati del Regno che Gesù stesso ci ha annunciato? Che senso può avere rimanere ancora distanti, indifferenti, appollaiati sui nostri balconi, assistendo passivi alla sorte di questi “poveri Cristi”, gettati per terra e calpestati?

“Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc.18,8)

12 Aprile 2019

don Agostino Rota Martir (campo Rom – Pisa)

p. Luciano Meli (Lucca)