Da un angolo sperduto di mondo

Il piccolo gruppo di laici appartenenti alle diverse parrocchie di Pontedera che sta portando avanti un percorso di approfondimento della fede “per dare saporedi Vangelo alla nostra realtà”, lo scorso 14 maggio ha voluto mettere al centro della riflessione “La forza della Parola – lettera su comunicazione e formazione a 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani” che i Vescovi della Toscana hanno pubblicato nella scorsa estate.

Ci sentiamo interpellati dalla vita e dagli scritti di don Milani e, pertanto, abbiamo voluto iniziare questa riflessione; lo abbiamo fatto con l’aiuto di Riccardo Saccenti, delegato regionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e di don Andrea Bigalli, referente regionale di Libera.

Impossibile fare un riassunto della serata, e non è lo scopo di queste poche righe.

Piuttosto è fondamentale comprendere l’importanza della conoscenza, lo studio, il confronto sui documenti del Magistero.

I nostri vescovi, con la richiamata lettera “La forza della Parola” mettono a tema sicuramente la Parola con la P maiuscola ma anche il linguaggio in quanto strumento che veicola contenuti e significati, e nel linguaggio emerge la dignità della persona umana.

Il sacerdote Lorenzo Milani trova nell’impegno educativo il modo proprio, peculiare, di combattere la povertà. Prima a Calenzano e poi a Barbiana vede nella povertà educativa, culturale, la radice di ogni altra povertà e pertanto si prende cura di educare i suoi ragazzi all’uso della parola; rimettendo al centro della vita dei poveri la Parola come strumento di liberazione.

Fonda le scuole perchè è preoccupato della evangelizzazione; la Parola per capire anche le altre parole; fa una scuola in modo che le persone abbiano capacità difronte alle domande fondamentali che sono quelle della vita e dei diritti umani fondamentali.

E da un angolo sperduto di mondo, da un briciolo di terra emerge una esperienza di grande rilievo.

Aprendo il Concilio, anche Papa Giovanni XXIII ricorderà alla Chiesa che non si tratta di rimettere in discussione aspetti dogmatici della fede bensì di dare al Vangelo la capacità di parlare agli uomini e alle donne di oggi, ovvero rimettere in comunicazione la Parola con i linguaggi. Il documento conciliare Dei Verbum è veramente straordinario perchè prende la Parola di Dio e la restituisce al popolo di Dio; identificando la Parola di Dio come il cuore pulsante della vita cristiana.

Anche oggi abbiamo a che fare, secondo dati sociologici, con un elevato tasso di analfabetismo funzionale; magari so leggere e scrivere ma non sono in grado di restituire il senso di ciò che ho letto. Chi si trova in questa situazione è autoreferenziale rispetto alla realtà, non interagisce con essa.

Possiamo dire che oggi non siamo alle prese con una povertà di tipo educativo?

Nella comunità educante, nella tenerezza, che è stata Barbiana, i ragazzini e le ragazzine hanno potuto sperimentare un sistema pedagogico valido perchè hanno potuto fare esperienza di gioia di conoscenza e gioia di relazioni; in questo sta la vera esperienza di Dio.

Domandiamoci se anche noi possiamo affermare questo; se l’esperienza dell’incontro con Dio mi rende più libero, più felice, più intelligente, con affezione alla propria esistenza.

Non c’è dubbio che il mondo, al riguardo, si aspetta da noi cristiani questo tipo di testimonianza, altrimenti non saremo mai eloquenti.

Una serata che ci ha lasciato il desiderio di conoscere e di approfondire molti altri temi che sono stati appena accennati, anche per questo motivo possiamo dire sia stata una serata edificante.

Claudio

Don Lorenzo Milani, una fede totalizzante

Visita alla tomba di don Lorenzo Milani – Discorso commemorativo del Santo Padre fatto nel Giardino adiacente la Chiesa di Sant’ Andrea a Barbiana (Firenze), 20 giugno 2017


Cari fratelli e sorelle, sono venuto a Barbiana per rendere omaggio alla memoria di un sacerdote che ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve, perché sia difesa e promossa la loro dignità di persone, con la stessa donazione di sé che Gesù ci ha mostrato, fino alla croce.

Mi rallegro di incontrare qui coloro che furono a suo tempo allievi di don Lorenzo Milani, alcuni nella scuola popolare di San Donato a Calenzano, altri qui nella scuola di Barbiana. Voi siete i testimoni di come un prete abbia vissuto la sua missione, nei luoghi in cui la Chiesa lo ha chiamato, con piena fedeltà al Vangelo e proprio per questo con piena fedeltà a ciascuno di voi, che il Signore gli aveva affidato. E siete testimoni della sua passione educativa, del suo intento di risvegliare nelle persone l’umano per aprirle al divino. Di qui il suo dedicarsi completamente alla scuola, con una scelta che qui a Barbiana egli attuerà in maniera ancora più radicale. La scuola, per don Lorenzo, non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fondamento solido e capace di innalzare fino al cielo. E quando la decisione del Vescovo lo condusse da Calenzano a qui, tra i ragazzi di Barbiana, capì subito che se il Signore aveva permesso quel distacco era per dargli dei nuovi figli da far crescere e da amare. Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità.

Sono qui anche alcuni ragazzi e giovani, che rappresentano per noi i tanti ragazzi e giovani che oggi hanno bisogno di chi li accompagni nel cammino della loro crescita. So che voi, come tanti altri nel mondo, vivete in situazioni di marginalità, e che qualcuno vi sta accanto per non lasciarvi soli e indicarvi una strada di possibile riscatto, un futuro che si apra su orizzonti più positivi. Vorrei da qui ringraziare tutti gli educatori, quanti si pongono al servizio della crescita delle nuove generazioni, in particolare di coloro che si trovano in situazioni di disagio. La vostra è una missione piena di ostacoli ma anche di gioie. Ma soprattutto è una missione. Una missione di amore, perché non si può insegnare senza amare e senza la consapevolezza che ciò che si dona è solo un diritto che si riconosce, quello di imparare. E da insegnare ci sono tante cose, ma quella essenziale è la crescita di una coscienza libera, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune. Troviamo scritto in Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Questo è un appello alla responsabilità. Un appello che riguarda voi, cari giovani, ma prima di tutto noi, adulti, chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico, come ricerca del vero, del bello e del bene, pronti a pagare il prezzo che ciò comporta. E questo senza compromessi.

Infine, ma non da ultimo, mi rivolgo a voi sacerdoti che ho voluto accanto a me qui a Barbiana.Vedo tra voi preti anziani, che avete condiviso con don Lorenzo Milani gli anni del seminario o il ministero in luoghi qui vicini; e anche preti giovani, che rappresentano il futuro del clero fiorentino e italiano. Alcuni di voi siete dunque testimoni dell’avventura umana e sacerdotale di don Lorenzo, altri ne siete eredi. A tutti voglio ricordare che la dimensione sacerdotale di don Lorenzo Milani è alla radice di tutto quanto sono andato rievocando finora di lui. La dimensione sacerdotale è la radice di tutto quello che ha fatto. Tutto nasce dal suo essere prete. Ma, a sua volta, il suo essere prete ha una radice ancora più profonda: la sua fede. Una fede totalizzante, che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero sacerdotale trova la forma piena e compiuta per il giovane convertito. Sono note le parole della sua guida spirituale, don Raffaele Bensi, al quale hanno attinto in quegli anni le figure più alte del cattolicesimo fiorentino, così vivo attorno alla metà del secolo scorso, sotto il paterno ministero del venerabile Cardinale Elia Dalla Costa. Così ha detto don Bensi: «Per salvare l’anima venne da me. Da quel giorno d’agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire» (Nazzareno Fabbretti, “Intervista a Mons. Raffaele Bensi”, Domenica del Corriere, 27 giugno 1971). Essere prete come il modo in cui vivere l’Assoluto. Diceva sua madre Alice: «Mio figlio era in cerca dell’Assoluto. Lo ha trovato nella religione e nella vocazione sacerdotale». Senza questa sete di Assoluto si può essere dei buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti, preti veri, capaci di diventare servitori di Cristo nei fratelli. Cari preti, con la grazia di Dio, cerchiamo di essere uomini di fede, una fede schietta, non annacquata; e uomini di carità, carità pastorale verso tutti coloro che il Signore ci affida come fratelli e figli. Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa, come le volle bene lui, con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni, ma mai fratture, abbandoni. Amiamo la Chiesa, cari confratelli, e facciamola amare, mostrandola come madre premurosa di tutti, soprattutto dei più poveri e fragili, sia nella vita sociale sia in quella personale e religiosa. La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso adare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta lasua dignità.

Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al Vescovo scrisse: «Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…». Dal Card. Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli Arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa. Con la mia presenza a Barbiana, con la preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani penso di dare risposta a quanto auspicava sua madre: «Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui…quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto. Per esempio il suo profondo equilibrio fra durezza e carità» (Nazareno Fabbretti, “Incontro con la madre del parroco di Barbiana a tre anni dalla sua morte”, Il Resto del Carlino, Bologna, 8 luglio1970. Il prete «trasparente e duro come un diamante» continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa. Prendete la fiaccola e portatela avanti! Grazie. Grazie tante di nuovo! Pregate per me, non dimenticatevi. Che anche io prenda l’ esempio di questo bravo prete! Grazie della vostra presenza. Che il Signore vi benedica. E voi sacerdoti, tutti- perché non c’è pensione nel sacerdozio! -, tutti, avanti e con coraggio! Grazie.

Papa Francesco

E’ da questo discorso del Santo Padre che i nostri Vescovi della Toscana hanno preso lo spunto per comporre la Lettera su comunicazione e formazione a 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani che è stata pubblicata nell’estate del 2018 con il titolo “La forza della Parola”.


Nel suo discorso a Barbiana, il 20 giugno dello scorso anno, Papa Francesco disse: «Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità».

Sono, queste, parole che aiutano a cogliere il senso profondo della testimonianza che don Lorenzo Milani ha lasciato alla Chiesa e alla società italiana. Come Vescovi delle Chiese di questa regione abbiamo sentito il dovere di raccogliere la lezione di questo sacerdote, nella cui vita, sempre Papa Francesco ha invitato a riconoscere «un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa». Con la Lettera che oggi viene presentata abbiamo voluto mostrare come la sua lezione sia ancora viva, capace di illuminare il cambiamento culturale che stiamo attraversando, affidando proprio alla purificazione della parola il ruolo decisivo della restituzione di significati e di ragioni per orientare il cammino dell’uomo nei nostri giorni.

Ponendo inoltre la questione della parola nella prospettiva della comunicazione e della formazione, si è inteso evidenziarne la centralità sia in ordine alla costruzione delle relazioni che costituiscono il tessuto della società, sia in funzione della responsabilità educativa come presa in carico dell’altro nella sua crescita. Una parola, dunque, come strumento di cammino della persona verso l’attuazione di sé e come terreno in cui una comunità, una società può trovare una identità di concordia e non di contese.

Da ultimo, non possiamo dimenticare che, nell’ottica della fede, la parola assume un valore imprescindibile, in quanto è in essa che, come ci viene detto in ogni pagina delle sacre Scritture che Dio si rivela, insieme con i gesti, e come ci invita a fare l’evangelista Giovanni, in essa scopriamo l’identità stessa del Figlio di Dio che si è fatto carne per noi. Siamo nel cuore stesso della fede e il confronto con questo cuore appartiene al dovere di ogni credente.

Card. Betori


Anche noi ci sentiamo interpellati dalla testimonianza di vita e dallo insegnamento di don Lorenzo Milani e pertanto lo facciamo confrontandoci tra di noi con l’aiuto di due amici:

Don Andrea Bigalli, portavoce di Libera, Toscana

 e il Dott. Riccardo Saccenti, delegato regionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC)

Claudio

Storia di un apostolo

Oggi la liturgia della Parola ci fa riflettere e pregare con la pagina evangelica che costituisce il cosiddetto epilogo del Vangelo secondo Giovanni (in pratica ne viene proposta la lettura quasi per intero).

Nella traduzione de “La Bibbia di Gerusalemme”viene indicato, appunto, come Epilogo e Apparizione sulla sponda del lago di Tiberiade.

Nella lettura personale che ne ho fatto, compiendo l’esercizio di mettermi nei panni di uno dei personaggi che si incontrano nel brano, Pietro, mi ha molto colpito e perciò darei il titolo: storia di un apostolo.

Simon Pietro che dice “io vado a pescare”; ricomincia da quel che faceva tre anni prima, prima di quell’incontro e di quella chiamata.

Nonostante l’aiuto degli altri che con lui tornano apescare, la notte è proprio nera, peggio non poteva andare perché la pesca è infruttuosa; Giovanni sottolinea che “non presero nulla”.

“Quando già era l’alba”, di buon mattino, quelmattino, sul lago si presenta un tale che chiede: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”.

La risposta é anche l’ammissione del fallimento: no, non abbiamo niente.

Segue l’invito: “gettate la rete, …e troverete”.

Contro tutte le regole della pesca, che conoscevano bene perché era il loro mestiere, i nostri sconsolati seguono il consiglio dello sconosciuto e, ad una pesca notturna infruttuosa ne segue una che porta una “gran quantità di pesci”.

Hanno ri-gettato la rete e, con Gesù, cambia tutto. Un modo efficace per ricordare ai suoi discepoli di ieri e di ogni tempo che “senza di me non potete fare nulla” e che sulla sua Parola urge costantemente tornare a pescare.

Cosa starà pensando Pietro? Cosa starà pensando proprio ora che qualcuno dice: “E’ il Signore!”?

Lui è così, è precipitoso e in men che non si dica si getta in mare e raggiunge la riva.

E’ lecito chiederci perché i discepoli “non si erano accorti che era Gesù”? Eppure non era la prima volta che Gesù si manifestava a loro dopo la resurrezione. Giovanni annota che questa era la terza volta.

Sembra quasi che ogni volta Gesù assuma sembianze diverse, sembra quasi voglia prendersi gioco di loro.

Oppure sono sempre loro che non hanno ancora imparato a riconoscerlo perché non sono attenti ai particolari.

Ci esorta Papa Francesco nella Gaudete et Exsultate

143. La vita comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa o in qualunque altra, è fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani. Questo capitava nella comunità santa che formarono Gesù, Maria e Giuseppe, dove si è rispecchiata in modo paradigmatico la bellezza della comunione trinitaria. Ed è anche ciò che succedeva nella vita comunitaria che Gesù condusse con i suoi discepoli e con la gente semplice del popolo.

144. Ricordiamo come Gesù invitava isuoi discepoli a fare attenzione ai particolari.
Il piccolo particolare che si stava esaurendo il vino in una festa.
Il piccolo particolare che mancava una pecora.
Il piccolo particolare della vedova che offrì le sue due monetine.
Il piccolo particolare di avere olio di riserva per le lampade se lo sposo ritarda.
Il piccolo particolare di chiedere ai discepoli di vedere quanti pani avevano.
Il piccolo particolare di avere un fuocherello pronto e del pesce sulla griglia mentre aspettava i discepoli all’alba.

145. La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore, dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre. A volte, per un dono dell’amore del Signore, in mezzo a questi piccoli particolari ci vengono regalate consolanti esperienze di Dio.

Ed ancora,

146. Contro la tendenza all’ individualismo consumista che finisce per isolarci nella ricerca del benessere appartato dagli altri, il nostro cammino di santificazione non può cessare di identificarci con quel desiderio di Gesù: che «tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21).

Il focherello pronto e l’invito “venite a mangiare” dopo averli incoraggiati ad unire al pesce che è già sul fuoco un po’ di quello pescato di fresco.

E poi, nel racconto di Giovanni, la storia dell’apostolo giunge ad un punto importante con la richiesta umanissima e commovente di Gesù: Simone di Giovanni mi vuoi bene?

Alla fine della vita saremo giudicati sull’amore, ripeteva San Giovanni della Croce.

Non peseranno troppo fallimenti, infedeltà, inadeguatezze. Importante, sempre secondo San Giovanni della Croce, é credere e amare anche se é notte.

Malgrado le nostre fatiche, il Signore continua a ricordarci il suo amore per noi e non si stanca di ripetere il suo invito: seguimi.

Come tre anni prima quell’apostolo si sente ripetere ancora di seguirlo.

Il Signore ci attende al termine della notte individuale,comunitaria per invitarci a riprendere il cammino; la santità forse non saràstoria di perfezione, piuttosto una storia di ripresa del cammino, di nuovo inizio.

A noi spetta essere certi che é Lui che compie il primo passo verso di noi e i successivi con noi.

Basta pensare alla storia della salvezza, quante fatiche e stanchezze anche nella fede ma Lui ricomincia sempre una storia di bene.

Ha sembianze nuove, sempre inedite ma non é un fantasma, ha una relazione con noi, ci parla del significato della nostra relazione con Lui, ci invita a vivere relazioni autentiche tra di noi e con il nostro prossimo.

Costruisce con noi un mosaico di storie di misericordia, ci parla del dono della vita per regalarcela ogni giorno, fino alla vita eterna; ci parla della chiamata, quante chiamate.

Propongo la lettura, in conclusione, dei seguenti quattro paragrafi tratti dalla esortazione Gaudete ed exsultate di papa Francesco nei quali ci viene ricordato, tra l’altro, come il cristiano trovi orientamento e forza nella Parola di Dio e quanto sia indispensabile la disposizione all’ascolto per accogliere ogni giorno l’invito a seguirLo.

156. La lettura orante della Parola di Dio, più dolce del miele (cfr Sal 119,103) e «spada a doppio taglio» (Eb 4,12), ci permette di rimanere in ascolto del Maestro affinché sia lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino (cfr Sal 119,105). Come ci hanno ben ricordato i Vescovi dell’India, «la devozione alla Parola di Dio non è solo una delle tante devozioni, una cosa bella ma facoltativa. Appartiene al cuore e all’ identità stessa della vita cristiana. La Parola ha in sé la forza per trasformare la vita».

157. L’ incontro con Gesù nelle Scritture ci conduce all’Eucaristia, dove la stessa Parola raggiunge la sua massima efficacia, perché è presenza reale di Colui che è Parola vivente. Lì l’unico Assoluto riceve la più grande adorazione che si possa dargli in questo mondo, perché è Cristo stesso che si offre. E quando lo riceviamo nella comunione, rinnoviamo la nostra alleanza con Lui e gli permettiamo di realizzare sempre più la sua azione trasformante.

172. Tuttavia potrebbe capitare che nella preghiera stessa evitiamo di disporci al confronto con la libertà dello Spirito, che agisce come vuole. Occorre ricordare che il discernimento orante richiede di partire da una disposizione ad ascoltare: il Signore, gli altri, la realtà stessa che sempre ci interpella in nuovi modi. Solamente chi è disposto ad ascoltare ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale e insufficiente, alle proprie abitudini, ai propri schemi. Così è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze ma che lo porta a una vita migliore, perché non basta che tutto vada bene, che tutto sia tranquillo. Può essere che Dio ci stia offrendo qualcosa di più, e nella nostra pigra distrazione non lo riconosciamo.

173. Tale atteggiamento di ascolto implica, naturalmente, obbedienza al Vangelo come ultimo criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza. Non si tratta di applicare ricette o di ripetere il passato, poiché le medesime soluzioni non sono valide in tutte le circostanze e quello che era utile in un contesto può non esserlo in un altro. Il discernimento degli spiriti ci libera dalla rigidità, che non ha spazio davanti al perenne oggi del Risorto. Unicamente lo Spirito sa penetrare nelle pieghe più oscure della realtà e tenere conto di tutte le sue sfumature, perché emerga con altra luce la novità del Vangelo.

Claudio

La fede nasce così

“E voi, chi dite che io sia?” (Mc. 8,29). Cristo interroga apertamente i suoi discepoli. Da molto tempo camminano con lui per le strade della Palestina, sono testimoni dei suoi gesti e delle sue parole. Hanno visto folle di povera gente correre ad ascoltarlo, e hanno visto l’opposizione di quelli che contano in Israele, che gli sono sempre più ostili.

Gesù non chiede loro di prendere posizione di fronte a qualche concetto astratto, a qualche idea filosofica. Chiede loro di prendere posizione sulla sua persona concreta, oggetto di discussione in tutto il paese, sul suo modo di comportarsi e di affrontare la vita. Gesù non si è mai fermato a parlare di sé, del proprio potere, della propria autorità, della propria dignità di figlio di Dio. Non ha mai tenuto una lezione su se stesso e sulla sua divinità, né alle folle né alla cerchia più ristretta dei suoi discepoli. Se Pietro gli risponde con sicurezza:”Tu sei il Cristo, il figlio di Dio” (Mc. 8,29), non é perché ha studiato bene il catechismo, ma perché ha riconosciuto in Gesù di Nazaret l’amore di Dio per l’uomo, la passione di Dio per la vita. La fede nasce così.

E su questa fede, nata così, Gesù fonda la sua chiesa,perché continui, dopo la sua morte e risurrezione, a fare quello che lui hafatto, “ad annunciare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare aiprigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà glioppressi e a predicare un anno di grazia del Signore”(Is. 1-3). L’anno digrazia del Signore, nella tradizione ebraica, era il “giubileo”,l’anno della gioia, in cui gli schiavi venivano liberati, le terre accaparratedai ricchi venivano ridistribuite e si ristabiliva così la pace all’interno delpopolo, tra uomo e uomo, e la pace con Dio, nella fedeltà al suo piano di vitaper gli uomini.

Gesù spinge la sua chiesa sulla strada dell’autenticità che lui stesso ha percorso:”Da questo capiranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri”(Gv. 13,35). Anche la chiesa, come Cristo, non deve reggersi su altra autorità che non sia quella della sua vita, della sua fedeltà a Cristo, che secondo il vangelo si qualifica come fedeltà all’uomo, nel concreto della condizione umana. Il cristiano può mostrare la sua fede in Cristo soltanto nel suo amore per l’uomo, non in un astratto “zelo per Dio” separato dall’amore per l’uomo.


Oggi 25 aprile festa di San Marco evangelista; con la sua opera Marco prende per mano il lettore e l’accompagna fino alla professione di fede piena in Gesù «Cristo, Figlio di Dio».

Avremo occasione di approfondire l’argomento partecipando all’incontro che il Percorso Biblico promuove nella Comunità Parrocchiale di San Giuseppe in Pontedera, “Vangelo secondo Marco”, il prossimo 3 maggio alle ore 21,15 con il Prof. Francesco Terreni docente di IRC e della Scuola di formazione teologico pastorale  (SFTP) di Pontedera.

E’ senza dubbio un invito da segnare fin da adesso sul calendario.

Claudio

Maria riconobbe che era il Signore

“Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”

Per Maria di Magdala il giorno della risurrezione di Gesù inizia con questa angoscia, secondo il racconto di Giovanni; corre da Pietro e dall’altro discepolo a manifestare loro il suo sgomento.

Una Pasqua, la prima, che inizia quando era ancora buio ed in modo piuttosto trafelato anche per i discepoli che, una volta accertatisi che il corpo di Gesù non è nel sepolcro “se ne tornarono di nuovo a casa”. Sempre secondo il racconto di Giovanni .

Maria, invece, sta lì vicino al sepolcro e piange.

Si dispera anche con “gli angeli in bianche vesti” perché “hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”.

Ecco allora che “le disse Gesù: “Donna perché piangi? Chi cerchi?”

“Signore, hanno portato via il mio Signore…se tu sai dove lo hanno messo dimmelo”.

Nel racconto giovanneo non si pone il problema della pietra sepolcrale da rotolarevia, non ci sono terremoti da affrontare, esiste un problema grande che genera angoscia: non c’è più il Signore.

Anche noi nella nostra quotidianità tumultuosa, vorticosa, vertiginosa, vissuta a volte in modo trafelato spesso ci poniamo questa domanda: dove è il Signore? dove lo hanno portato?

Ce lo chiediamo di fronte ad una dilagante disumanità nei confronti dei poveri cristi a noi contemporanei che sono le persone più svantaggiate, le persone sfruttate;

Ce lo chiediamo di fronte al crescente desiderio di affermazione dei sovranismi , dei nazionalismi, del razzismo come se dalla storia non dovessimo imparare niente;

Ce lo chiediamo di fronte alla constatazione della chiusura del nostro cuore, del suo indurimento, nei confronti di una fraternità che stenta ad affermarsi;

Ce lo chiediamo di fronte alla scarsa ansia missionaria delle nostre comunità cristiane di appartenenza, sovente segno, purtroppo, di una scarsa tensione alla comunione al loro interno;

Ce lo chiediamo di fronte alla inadeguata ed insufficiente ricerca del confronto tra generazioni nelle nostre comunità parrocchiali.

Pasqua ci ricorda che come Maria, anche il discepolo per quanto sbigottito e smarrito sa riconoscere la voce del suo Signore e Maestro: “Maria” e Maria riconobbe che era il Signore.

Il Risorto, il Vivente lo ripete ai suoi fino alla noia: non temete, sono io, sono con voi fino alla fine dei tempi.

Chiediamoci se sappiamo riconoscere la Sua voce nella Parola che salva e libera.

La sua Parola può liberarci da noi stessi, dalle nostre chiusure, dalle nostre paure, dalle nostre inadeguatezze e pu òrenderci la gioia di essere creature nuove, di quella novità di vita che solo l’incontro con il Signore risorto e vivo può generare in ciascuno perché Lui chiama a convertirci e ci invita alla missione perché la fede si rafforza donandola secondo la logica del Regno di Dio nel quale tutte le regole sono sovvertite; nello “strano” Regno di Dio infatti la sua legge è il donare, il suo colore è la tenerezza.

Qui si dà da bere a chi ha sete d’acqua o di amore.

Qui si dà del pane e dei vestiti senza far domande,

senza controllare l’identità, senza esigere la purezza:

basta aver fame!

Qui il regolamento è lo stesso per tutti:

è il diritto permanente a ricevere, è il dovere permanente di donare,

è il diritto e il dovere assoluti di spartire in modo eguale.

Qui i bambini hanno tutte le età.

Qui per crescere bisogna diminuire, perchè tutto, qui, è stato costruito secondo la misura dei piccoli.

Qui ci si rivolge familiarmente a Dio tendendogli le braccia, qui si corre verso Dio e lo si abbraccia per dirgli, faccia a faccia: Padre!

L’augurio pasquale può essere anche quanto indica il Concilio (Ad Gentes): “Tutti i fedeli cristiani, dovunque vivono, sono tenuti a manifestare con l’esempio della vita e con la testimonianza della parola l’uomo nuovo, che hanno rivestito con il battesimo… così che gli altri, considerando le loro buone opere, glorifichino il Padre…”

C’é un cammino nuovo che noi siamo chiamati a percorrere, é la vita nuova in Cristo: “Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, ma voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”. (Ef. 4,17-24)

Buona e Santa Pasqua di resurrezione

Claudio

I piedi di Gesù

Il testo che segue è una omelia tenuta da don Tonino Bello, vescovo, in occasione del Giovedì Santo. C’è dentro tutto il suo amore per Dio e  il mondo. Il suo incarnare il Vangelo nelle vene della storia. La sua scelta senza mezzi termini per i poveri, per la pace. Quella radicalità mite della nonviolenza che continua a farne un compagno di strada e un maestro.

Claudio


“Mani e piedi, con tanto di marchio! Ecco le coordinate essenziali per ricostruire la carta d’identità del risorto. Mani bucate. Richiamo a quella inesauribile carità verso i fratelli, che si fa donazione a fondo perduto.”

Ve lo confesso: è stata una sorpresa anche per me. Non avevo mai dato troppo peso, infatti, a questa espressione pronunciata da Gesù dopo che ebbe finito di lavare i piedi ai discepoli: “anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”.

Gli uni gli altri, a vicenda, cioè. Scambievolmente. Questo vuol dire che la prima attenzione, non tanto in ordine di tempo quanto in ordine di logica, dobbiamo esprimerla all’interno delle nostre comunità, servendo i fratelli e lasciandoci servire da loro. Spendersi per i poveri, va bene. Abilitarsi come Chiesa a lavare i piedi di coloro che sono esclusi da ogni sistema di sicurezza e che sono emarginati da tutti i banchetti della vita va meglio. Ma prima ancora dei marocchini, degli handicappati, dei barboni, degli oppressi, di coloro che ordinariamente stazionano fuori del cenacolo, ci sono coloro che condividono con noi la casa, la mensa, il tempio.

 Solo quando hanno asciugato le caviglie dei fratelli, le nostre mani potranno fare miracoli sui polpacci degli altri senza graffiarli. E solo quando sono stati lavati da una mano amica, i nostri calcagni potranno muoversi alla ricerca degli ultimi senza stancarsi. Della lavanda dei piedi in altri termini, dobbiamo recuperare il valore della reciprocità. Che è l’insegnamento più forte nascosto in quel gesto di Gesù.

Finora forse ne abbiamo fatto un po’ troppo un esercizio eroico di conquista. L’abbiamo scambiato per uno stile di accaparramento di benevolenze mondane. L’abbiamo inteso come un espediente missionario, capace se non di provocare la fede, almeno di vincolare le emozioni dei cosiddetti lontani.

Un bel gesto insomma. Di quelli che fanno immagine. Soprattutto per quel gioco di contrasti. Perché quanto più Gesù sprofonda fino a terra, tanto più emerge l’altezza del suo messaggio.

Invece, con quella frase “gli uni gli altri”, espressa nel testo greco da un inequivocabile pronome reciproco, siamo chiamati a concludere che brocca, catino e asciugatoio, prima che essere articoli di esportazione, vanno adoperati all’interno del cenacolo. Non vanno collocati fuori dalla chiesa, quasi per essere offerti come ferri del mestiere a coloro che, terminate le loro liturgie, escono nel mondo.

No. Non c’è Eucarestia dentro e lavanda dei piedi fuori. L’una e l’altra sono operazioni complementari da esprimere ambedue negli spazi dove i discepoli di Cristo si radunano e vivono. Fuori semmai c’è da portare la logica di quei doni: frutti che maturano in pienezza solo al calore della serra evangelica. In conclusione, brocca, catino e asciugatoio devono divenire arredi da risistemare al centro di ogni esperienza comunitaria. Con la speranza che non rimangano suppellettili semplicemente ornamentali.

Che cosa significa tutto questo per noi? Che ad esempio, un sacerdote difficilmente potrà essere portatore di annunci credibili se, nell’ambito del presbiterio, non è disposto a lavare i piedi di tutti gli altri e a lasciarsi lavare i suoi da ognuno dei confratelli. Anzi, c’è di più o di peggio. E’ l’intero presbiterio che manca di credibilità, se nel suo grembo serpeggia il rifiuto o il riserbo sdegnoso, o il fastidio, a tal punto che i piedi ognuno se li deve lavare per conto suo.

Non si tratta di essere mondi, cioè puri. Anche gli apostoli dell’ultima cena lo erano: “voi siete mondi” aveva detto loro Gesù. Il problema è essere servi. Perché gli uomini accettano il messaggio di Cristo, non tanto da chi ha sperimentato l’ascetica della purezza, quanto di chi ha vissuto le tribolazioni del servizio.

Altro che gesto sentimentale, quello di Gesù, da incorniciare magari nell’album dei buoni esempi! La logica della lavanda dei piedi è eversiva. A tal punto che grida all’ipocrisia quando in una associazione ecclesiale lacerata dalle risse e dilaniata dalle rivalità, si pretende di organizzare il pediluvio alla gente. Ma a chi andiamo a raccontarla!  Il servizio agli ultimi che stanno fuori non purifica nessuno quando si salta il passaggio obbligato del servizio agli ultimi che stanno dentro.  Anzi si ritorce come condanna perfino su chi crede che gli basti la riconciliazione procuratagli dai sacramenti, quando poi snobba quella grande riconciliazione con la vita che si raggiunge lavando i piedi del prossimo più prossimo. Gli uni gli altri. A partire dalle famiglie. Che non possono dirsi cristiane se non assumono la logica della reciprocità.

Perché, se il marito smania di lavare i piedi ai tossici, la moglie si vanta di servire gli anziani, e la figlia maggiore fa ferro e fuoco per andare al terzo mondo come volontaria, ma poi tutte e tre non si guardano in faccia quando stanno in casa, la loro è soltanto una contro testimonianza penosa che danneggia perfino i destinatari di un servizio apparentemente così generoso.

Ce n’è abbastanza perché la ripetizione rituale della lavanda dei piedi che tra la commozione generale, celebreremo il giovedì santo, ci metta nell’animo una voglia struggente di servizio, di accoglienza e di pace. Verso tutti. A partire dai più vicini.

E ci mandi in crisi, più che mandarci in estasi. Perché, visto che siamo così lenti a convertirci, quella brocca è esposta al sacrilegio non meno della stessa Eucarestia.

Io non so se nell’ultima cena, dopo che Gesù ebbe ripreso le vesti, qualcuno dei dodici si sia alzato da tavola e con la brocca, il catino e l’asciugatoio si sia diretto a lavare i piedi del maestro. Probabilmente no. C’è da supporre comunque che dopo la sua morte ripensando a quella sera, i discepoli non abbiano fatto altro che rimproverarsi l’incapacità di ricambiare la tenerezza del Signore.

Possibile mai, si saranno detti, che non ci è venuto in mente di strappargli dalle mani quei simboli del servizio, e di ripetere sui suoi piedi ciò che egli ha fatto con ciascuno di noi?

Dovette essere così forte il disappunto della Chiesa nascente per quella occasione perduta, che , quando Gesù apparve alle donne il mattino della risurrezione, esse non seppero fare di meglio che lanciarsi su quei piedi e abbracciarli. “Avvicinatesi, gli cinsero i piedi e lo adorarono”. Ce lo riferisce Matteo, nell’ultimo capitolo del suo Vangelo. Gli cinsero i piedi. Non gli baciarono le mani o gli strinsero il collo.

No.

Gli cinsero i piedi! Erano già bagnati di rugiada. Glieli asciugarono, allora con l’erba del prato e glieli scaldarono col tepore dei loro mantelli. Quasi per risarcire il maestro, sia pure a scoppio ritardato, di una attenzione che la notte del tradimento gli era stata negata. Gli cinsero i piedi. Fortunatamente avevano portato con sé profumi per ungere il corpo di Gesù.

 Forse ne ruppero le ampolle di alabastro e in un rapimento di felicità riversarono sulle caviglie del Signore gli olii aromatici che furono subito assorbiti da quei fori: profondi e misteriosi, come due pozzi di luce.

Gli cinsero i piedi. Finalmente! Verrebbe voglia di dire. Ma chi sa in quel ritardo ci doveva essere anche tanto pudore. Forse la chiesa nascente rappresentata dalle due Marie prima di cadergli davanti nel gesto dell’adorazione aveva voluto aspettare di proposito che Gesù riprendesse davvero le vesti. Non quelle che aveva momentaneamente deposto prima della lavanda. Ma quelle veramente inconsutili del suo corpo glorioso.

Carissimi fratelli, oggi voglio dirvi che la Pasqua è tutta qui. Nell’abbracciamento di quei piedi. Essi devono divenire non solo il punto di incontro per le nostre estasi d’amore verso il Signore, ma anche la cifra interpretativa di ogni servizio reso alla gente, e la fonte del coraggio per tutti i nostri impegni di solidarietà con la storia del mondo.

Non c’è da illudersi. Senza questa dimensione adorante, espressa dal gruppo marmoreo di donne protese dinanzi al risorto, saremo capaci di organizzare solo girandole appariscenti di sussulti pastorali. Se non afferriamo i piedi di Gesù, lavare i piedi ai marocchini, o agli sfrattati, o ai tossici, non basta.

Non basta neppure lavarsi i piedi a vicenda, tra compagni di fede. Se la preghiera non ci farà contemplare speranze ultramondane attraverso quei fori lasciati dai chiodi, battersi per la giustizia, lottare per la pace e schierarsi con gli oppressi, può rimanere solo un’estenuante retorica. Se, caduti in ginocchio, non interpelleremo quei piedi sugli orientamenti ultimi per il nostro cammino, giocarsi il tempo libero nel volontariato rischia di diventare ricerca sterile di sé e motivo di vanagloria. Se l’adorazione dinnanzi all’ostensorio luminoso di quelle stigmate non ci farà scavalcare le frontiere delle semplici liberazioni terrene, impegnarsi per le promozione dei poveri potrà sfiorare perfino il pericolo dell’esercizio di potere. Non basta avere le mani bucate. Ci vogliono anche i piedi forati. E’ per questo che quando Gesù apparve ai discepoli la sera di Pasqua “mostrò loro le mani e i piedi”.

E poi, quasi per sottolineare con la simbologia di quei due moduli complementari che senza l’uno o l’altro, ogni annuncio di risurrezione rimarrà sempre mortificato, aggiunse: “guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io”.

Mani e piedi, con tanto di marchio! Ecco le coordinate essenziali per ricostruire la carta d’identità del risorto. Mani bucate. Richiamo a quella inesauribile carità verso i fratelli, che si fa donazione a fondo perduto. Piedi forati. Appello esigente a quell’amore verso il Signore, che ci fa scorgere il senso ultimo delle cose attraverso le ferite della sua carne trasfigurata .

+ Tonino Bello

Il tuo volto io cerco

Propongo, qui di seguito, quanto ricevuto da don Agostino e p. Luciano. Si tratta di una riflessione su quanto recentemente avvenuto in una periferia di Roma. Riporto integralmente questo contributo anche alla nostra riflessione con l’augurio che ciascuno di noi lettori possiamo accoglierlo senza pregiudizi e come una voce della Chiesa che vive a fianco degli ultimi, dei poveri, degli svantaggiati.

L’augurio, però, non può non accompagnarsi anche ad un auspicio: che di fronte alle sollecitazioni e alle contraddizioni di tutti i nazionalismi, dei materialismi, dell’egoismo, della immoralità e dei giudizi del mondo attuale ci sia concesso di essere fedeli, fino a morirne, alla verità e alla purezza dell’immagine del Figlio di Dio in noi.

Claudio


Torre Maura: calpestare il pane – spezzare il pane

Quei Rom che vivono nei campi, sotto le diverse denominazioni: attrezzati, abusivi, istituzionalizzati, micro insediamenti, villaggi…sono sostanzialmente stimmatizzati da tutti, lo fanno i partiti di ogni tendenza, dalle stesse organizzazioni che vorrebbero tutelarli, dall’opinione pubblica in generale. Il risultato è sempre lo stesso, una disparità pericolosa e dannosa per i Rom che vivono nei campi, chi per scelta, per costrizione o per mancanza di alternativa. I Rom dei campi sono di fatto accusati come fossero dei “parassiti”, dei privilegiati, approfittatori, incapaci di volersi integrare. Cosa poi significhi integrare è ancora tutto da valutare e capire. I fatti di Torre Maura di Roma sono la conseguenza di questo e di altro ancora, soprattutto decenni di esclusioni, di pregiudizi e di un clima di odio che ha portato a gettare per terra e calpestare il pane destinato a quel gruppo di Rom, collocati provvisoriamente in un alloggio, dopo lo sgombero del loro campo.

Spezzare il pane è sempre stato il gesto carico di significato, esprime condivisione, accoglienza, il riconoscimento della dignità umana dell’altro, senza esclusione di ceto, classe, religione ed etnia. Nel dare un pezzo di pane, non solo riconosco la dignità dell’altro, ma valorizzo anche la mia, la nostra.” Un pezzo di pane non lo si nega a nessuno!” Era un dato di fatto indiscutibile fino a qualche anno fa, ora non più!

Questo principio, quello di non negare il pane, piano piano ha cominciato a sgretolarsi, già da diversi anni: vedi le ordinanze di diversi sindaci (di ogni orientamento politico) che vietano di dare una semplice bevanda calda con una brioche ai clochard che gravitano attorno le stazioni, o ai migranti che cercano di attraversare il confine: vietato aiutarli! Tutto per il così detto “decoro cittadino” da salvaguardare! Dare del pane a chi è nel bisogno, da qualche anno a questa parte, è diventato una minaccia al decoro cittadino. Il decoro sembra ormai avere la priorità sul quel sentimento umano, primordiale che ha caratterizzato il genere umano e l’Occidente stesso, quello di garantire e donare il pane a tutti.

Ma spezzare il pane per un cristiano o per chi vive una sua fede religiosa, ha dei significati immediati, chiari: rimandano al Mistero stesso di Dio. La Bibbia, La Torah e il Corano sono ricchi di richiami e di messaggi “teologici” riguardo il pane da spezzare, da condividere soprattutto di fronte all’affamato, al bisognoso, come all’ospite e al viandante di passaggio.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo!” (Gv, 6, 41) Pane come dono di Dio, Gesù pane spezzato per la salvezza di tutti: buoni e cattivi, meritevoli o meno. “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo.” Gettare a terra il pane e calpestarlo perché non sia dato ai Rom è come calpestare il volto di Gesù, figlio di Dio che si è identificato con l’affamato, il povero, la vedova, il forestiero… Come tale è un gesto sacrilego che offende Dio e l’Uomo allo stesso tempo, umiliando non solo i Rom, ma l’intera umanità. Per il cristiano Cristo è presente in tutti, ma nei poveri tale presenza acquista una importanza tale, da essere paragonata allo stesso Mistero Eucaristico. Che senso può avere, non solo per coloro che hanno profanato il pane o per i tanti che si definiscono i “difensori della civiltà cristiana”, ma soprattutto per le nostre comunità cristiane, celebrare l’Eucarestia domenicale, se poi nella vita non riusciamo a spezzare il pane dell’amicizia e della giustizia con i privilegiati del Regno che Gesù stesso ci ha annunciato? Che senso può avere rimanere ancora distanti, indifferenti, appollaiati sui nostri balconi, assistendo passivi alla sorte di questi “poveri Cristi”, gettati per terra e calpestati?

“Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc.18,8)

12 Aprile 2019

don Agostino Rota Martir (campo Rom – Pisa)

p. Luciano Meli (Lucca)

Christus vivit

A Loreto, presso il Santuario della Santa Casa, il 25 marzo scorso, Solennità dell’ Annunciazione del Signore, il Santo Padre FRANCESCO ha firmato l’ Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit (Cristo è vivo!) indirizzandola  “ai giovani e a tutto il popolo di Dio”. L’Esortazione è stata resa pubblica il 2 aprile 2019 e la sua lettura è possibile anche dal seguente “collegamento”.

Gli altri non si prestano

Il 1 aprile 2000 l’Azione Cattolica diocesana di Pisa celebrò il Giubileo e, come segno giubilare, consegnò alla Chiesa che è in Pisa un piccolo documento intitolato “Una comunità cristiana da costruire insieme – Il contributo e l’impegno dei laici di AC per una proposta di vita cristiana popolare”.

Devo ammettere che, anche perché  in quel momento ricoprivo  il ruolo di Presidente diocesano, partecipai attivamente alla riflessione e stesura che scaturì in tale “segno giubilare” che, di fatto, rappresentò il frutto di un percorso tanto serio quanto appassionato condiviso con molti altri amici ed amiche, fino ad essere elaborato dal Consiglio diocesano nel marzo di quell’anno.

Si convenne che era utile, nella conclusione del testo,offrire un brano “per riflettere”; tale ultima parte ripropongointegralmente qui di seguito.

Si offre qui alla riflessione un brano di una lettera veramente profetica che don Primo Mazzolari pubblicava nel lontano 1937, come scritta da “un laico di Azione Cattolica”.


Si tratta di un testo molto forte che don Primo considerava una “lettera” e che mantiene intatta, per noi, la sua attualità come “invito alla discussione” sulla situazione delle nostre parrocchie, anche nel mutato assetto pastorale che le invita ancora di più all’apertura missionaria e alla collaborazione diocesana.

Non si chiuda né si spranghi il mondo della parrocchia.

Le grandi correnti del vivere moderno vi transitino, non dico senza controllo, ma senza pagare pedaggi umilianti ed immeritati.

L’anima del nostro tempo ha diritto ad una accoglienza onesta. Se non si àncora nel porto divino della chiesa, la voce della casa rimane senz’eco nel cuore delle nostre generazioni e l’esilio diventa per molti una dolorosa fatalità.

L’Azione Cattolica ha il compito preciso d’introdurre levoci del tempo nella compagine eterna della chiesa e prepararne il processod’incorporazione. Deve gettare il ponte sul mondo, ponendo fine aquell’isolamento che toglie alla chiesa d’agire sugli uomini del nostro tempo.

Il parroco non deve rifiutare questa salutare esperienza che gli arriva a ondate portatagli da anime intelligenti e appassionate.

Se no, finirà a chiudersi maggiormente in quell’immancabile corte di gente corta, che ingombra ogni parrocchia e fa cerchio intorno al parroco.

I pareri di Perpetua son buoni quando il parroco è don Abbondio.

Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti.

Per uscirne ci vuole un laicato che veramente collabori e dei sacerdoti pronti ad accoglierne cordialmente l’opera rispettando quella felice, per quanto incompleta struttura spirituale, che fa il laicato capace d’operare religiosamente nell’ambiente in cui vive.

Un grave pericolo è la clericalizzazione del laicato cattolico, cioè la sostituzione della mentalità propria del sacerdote a quella del laico, creando un duplicato d’assai scarso rendimento.

Non devesi confondere l’anima col metodo dell’apostolato.

Il laico deve agire con la sua testa e con quel metodo che diventa fecondo perché legge e interpreta il bisogno religioso del proprio ambiente.

Deformandolo, sia pure con l’intento di perfezionarlo, gli si toglie ogni efficacia là dove la chiesa gli affida la missione.

Il pericolo non é immaginario. In qualche parrocchia sono gli elementi meno vivi, meno intelligenti, meno simpatici che vengono scelti a collaboratori, purché docili e maneggevoli.

– Gli altri non si prestano. – Non é sempre vero oppure l’accusa non é vera nel senso che le si vuol dare. In troppe parrocchie si ha paura dell’intelligenza, la quale vede con occhi propri, pensa con la propria testa e parla un suo linguaggio. I parrocchiani che dicono sempre di sì, che son sempre disposti ad applaudire, festeggiare e … mormorare non sono a lungo andare né simpatici né utili. Il figliuolo che nella parabola dice di no e poi va é molto più apostolo del fratello che accetta e non fa.


Fin qui don Mazzolari.

Spesso parliamo di “Chiesa dalle porte aperte”,“Chiesa in uscita” e ritengo che quanto queste espressioni vogliono dire corrisponda al desiderio profondo e sincero  di molti credenti.

Altrettanto spesso, però, capita di dover tristemente toccare con mano quanto siano presenti  anche in noi le gravi inadeguatezze ed inadempienze denunciateda don Primo.

Sono trascorsi molti anni da quel 1937 e, tra l’altro, nella vita della chiesa è soffiato anche il vento forte del Concilio Vaticano II.

Nella convinzione che la barca di Pietro sia sorretta da Cristo e sospinta dallo Spirito ritengo che a noi, laici e sacerdoti, spetti l’impegno del dialogo. Di più, per dirla con Papa Paolo VI che nella sua prima enciclica Ecclesiam suam si preoccupa di dire: “Per la Chiesa è fondamentale il dialogo”.

Dialogare è dire parole giuste all’altro e sperare di ascoltare parole giuste dall’altro. Dicendo parole giuste, sia io che l’altro abbiamo la possibilità e la fortuna di ri-dirci e ri-ascoltare reciprocamente delle parole giuste, di ri-vedere i nostri concetti, ri-decidere le nostre scelte, ri-convertire i nostri comportamenti, insomma di credere con tutte le forze alla reale perfettibilità di me e dell’altro.

Caro amico lettore, cara amica lettrice, ho impiegato più di otto righe dattiloscritte per dire quanto mi stava a cuore oggi comunicare. Credo che ne sia valsa la pena. Inoltre credo che tu abbia avuto la capacità di leggere tra le righe che mi sono dato premura di farti comprendere che, a mio avviso, é più importante seguire la propria coscienza piuttosto che salvare le apparenze. Chi segue la propria coscienza, infatti, non va incontro a fallimenti.

Claudio

Messaggio del Santo Padre in occasione della Quaresima

«L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19)

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

1. La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.

Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

2. La forza distruttiva del peccato

Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Dal Vaticano, 4 ottobre 2018,
Festa di San Francesco d’Assisi

FRANCESCO