Gli altri non si prestano

Il 1 aprile 2000 l’Azione Cattolica diocesana di Pisa celebrò il Giubileo e, come segno giubilare, consegnò alla Chiesa che è in Pisa un piccolo documento intitolato “Una comunità cristiana da costruire insieme – Il contributo e l’impegno dei laici di AC per una proposta di vita cristiana popolare”.

Devo ammettere che, anche perché  in quel momento ricoprivo  il ruolo di Presidente diocesano, partecipai attivamente alla riflessione e stesura che scaturì in tale “segno giubilare” che, di fatto, rappresentò il frutto di un percorso tanto serio quanto appassionato condiviso con molti altri amici ed amiche, fino ad essere elaborato dal Consiglio diocesano nel marzo di quell’anno.

Si convenne che era utile, nella conclusione del testo,offrire un brano “per riflettere”; tale ultima parte ripropongointegralmente qui di seguito.

Si offre qui alla riflessione un brano di una lettera veramente profetica che don Primo Mazzolari pubblicava nel lontano 1937, come scritta da “un laico di Azione Cattolica”.


Si tratta di un testo molto forte che don Primo considerava una “lettera” e che mantiene intatta, per noi, la sua attualità come “invito alla discussione” sulla situazione delle nostre parrocchie, anche nel mutato assetto pastorale che le invita ancora di più all’apertura missionaria e alla collaborazione diocesana.

Non si chiuda né si spranghi il mondo della parrocchia.

Le grandi correnti del vivere moderno vi transitino, non dico senza controllo, ma senza pagare pedaggi umilianti ed immeritati.

L’anima del nostro tempo ha diritto ad una accoglienza onesta. Se non si àncora nel porto divino della chiesa, la voce della casa rimane senz’eco nel cuore delle nostre generazioni e l’esilio diventa per molti una dolorosa fatalità.

L’Azione Cattolica ha il compito preciso d’introdurre levoci del tempo nella compagine eterna della chiesa e prepararne il processod’incorporazione. Deve gettare il ponte sul mondo, ponendo fine aquell’isolamento che toglie alla chiesa d’agire sugli uomini del nostro tempo.

Il parroco non deve rifiutare questa salutare esperienza che gli arriva a ondate portatagli da anime intelligenti e appassionate.

Se no, finirà a chiudersi maggiormente in quell’immancabile corte di gente corta, che ingombra ogni parrocchia e fa cerchio intorno al parroco.

I pareri di Perpetua son buoni quando il parroco è don Abbondio.

Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti.

Per uscirne ci vuole un laicato che veramente collabori e dei sacerdoti pronti ad accoglierne cordialmente l’opera rispettando quella felice, per quanto incompleta struttura spirituale, che fa il laicato capace d’operare religiosamente nell’ambiente in cui vive.

Un grave pericolo è la clericalizzazione del laicato cattolico, cioè la sostituzione della mentalità propria del sacerdote a quella del laico, creando un duplicato d’assai scarso rendimento.

Non devesi confondere l’anima col metodo dell’apostolato.

Il laico deve agire con la sua testa e con quel metodo che diventa fecondo perché legge e interpreta il bisogno religioso del proprio ambiente.

Deformandolo, sia pure con l’intento di perfezionarlo, gli si toglie ogni efficacia là dove la chiesa gli affida la missione.

Il pericolo non é immaginario. In qualche parrocchia sono gli elementi meno vivi, meno intelligenti, meno simpatici che vengono scelti a collaboratori, purché docili e maneggevoli.

– Gli altri non si prestano. – Non é sempre vero oppure l’accusa non é vera nel senso che le si vuol dare. In troppe parrocchie si ha paura dell’intelligenza, la quale vede con occhi propri, pensa con la propria testa e parla un suo linguaggio. I parrocchiani che dicono sempre di sì, che son sempre disposti ad applaudire, festeggiare e … mormorare non sono a lungo andare né simpatici né utili. Il figliuolo che nella parabola dice di no e poi va é molto più apostolo del fratello che accetta e non fa.


Fin qui don Mazzolari.

Spesso parliamo di “Chiesa dalle porte aperte”,“Chiesa in uscita” e ritengo che quanto queste espressioni vogliono dire corrisponda al desiderio profondo e sincero  di molti credenti.

Altrettanto spesso, però, capita di dover tristemente toccare con mano quanto siano presenti  anche in noi le gravi inadeguatezze ed inadempienze denunciateda don Primo.

Sono trascorsi molti anni da quel 1937 e, tra l’altro, nella vita della chiesa è soffiato anche il vento forte del Concilio Vaticano II.

Nella convinzione che la barca di Pietro sia sorretta da Cristo e sospinta dallo Spirito ritengo che a noi, laici e sacerdoti, spetti l’impegno del dialogo. Di più, per dirla con Papa Paolo VI che nella sua prima enciclica Ecclesiam suam si preoccupa di dire: “Per la Chiesa è fondamentale il dialogo”.

Dialogare è dire parole giuste all’altro e sperare di ascoltare parole giuste dall’altro. Dicendo parole giuste, sia io che l’altro abbiamo la possibilità e la fortuna di ri-dirci e ri-ascoltare reciprocamente delle parole giuste, di ri-vedere i nostri concetti, ri-decidere le nostre scelte, ri-convertire i nostri comportamenti, insomma di credere con tutte le forze alla reale perfettibilità di me e dell’altro.

Caro amico lettore, cara amica lettrice, ho impiegato più di otto righe dattiloscritte per dire quanto mi stava a cuore oggi comunicare. Credo che ne sia valsa la pena. Inoltre credo che tu abbia avuto la capacità di leggere tra le righe che mi sono dato premura di farti comprendere che, a mio avviso, é più importante seguire la propria coscienza piuttosto che salvare le apparenze. Chi segue la propria coscienza, infatti, non va incontro a fallimenti.

Claudio

Messaggio del Santo Padre in occasione della Quaresima

«L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19)

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

1. La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.

Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

2. La forza distruttiva del peccato

Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Dal Vaticano, 4 ottobre 2018,
Festa di San Francesco d’Assisi

FRANCESCO

Nel cambiamento, affermare la dignità del lavoro tra vecchi mestieri e nuovi saperi

La ricorrenza della solennità di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale e della nostra comunità parrocchiale, quest’anno ci suggerisce di approfondire il significato della dignità del lavoro umano.

Con questo proposito il Consiglio Pastorale ha inserito, trale iniziative promosse per la festa, anche una Tavola rotonda che si terrà il18 marzo p.v. alle ore 21,15 nei locali parrocchiali: “Nel cambiamento, affermare la dignità del lavoro tra vecchi mestieri e nuovi saperi”; moderatore sarà Andrea Fagioli, Direttore del settimanale “Toscana Oggi” e con lui interverranno

Stefano Mazzoleni, Ricercatore e docente presso Istituto diBioRobotica, Scuola Superiore Sant’Anna; Responsabile del laboratorio diBioingegneria della Riabilitazione

e rappresentanti del mondo del lavoro

Nella miniera che sono i testi biblici, numerose sono le vicende ed innumerevoli i personaggi in esse coinvolti e narrati; Giuseppe, lo sposo di Maria di Nazareth è un personaggio biblico di cui sappiamo ben poco ma è certo che anche Matteo parlando di Gesù rivela il mestiere del padre:

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non sichiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. 
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.  (Mt 13,54-58)

Falegname, artigiano: esprime la propria esperienza e creatività nella manualità e, sicuramente, ne ha istruito il figlio di Dio, Gesù. Questa è anche la scena che la nostra chiesa mostra a quanti le passano davanti, per via.

Al centro della nostra riflessione vogliamo mettere il lavoro umano, ovvero la dignità di quanti esprimono attraverso di esso l’intelligenza, l’ingegno, la laboriosità.

“Nel cambiamento, affermare la dignità del lavoro travecchi mestieri e nuovi saperi”, il cambiamento continuo, ci fa sperimentare nuove esperienze e, soprattutto, si affacciano sulla scena della nostra ferialità nuovi lavori che ci costringono ad imparare parole nuove, un nuovo lessico. Incalzante, a questo proposito, è la tematica della intelligenza artificiale e ciò che inevitabilmente mette in atto.

L’attività dell’uomo varia incessantemente nelle sue modalità con il mutare delle condizioni tecniche, culturali, sociali e politiche; a noi sembra di dover rispondere all’insegnamento della Chiesa, madre e maestra, affermando che la persona è il metro della dignità del lavoro, in quanto atto della persona, indipendentemente dal suo minore o maggiore valore oggettivo.

Parliamo di lavoro e riflettiamo su di esso per parlare di vita; lavoro cercato, faticosamente conservato, cristianamente offerto come prosecuzione dell’opera creatrice di Dio.

Ecco perché abbiamo pensato a questa iniziativa, ecco perchéè importante la tua presenza ed il tuo contributo alla riflessione.

Claudio

1969 – 29 giugno – 2019

 In ricordo del 50° anniversario dell’ ingresso di Don Enzo Lucchesini

parroco di “San Giuseppe” in Pontedera e per la pubblicazione di un libro che di lui faccia memoria, fino al termine del mese di marzo raccolgo testimonianze e suoi scritti.

Coloro che desiderano far pervenire tale gradito materiale possono contattarmi al cell. 338 8123471 oppure tramite email peramareilmondo@gmail.com

GRAZIE A QUANTI ARRICCHIRANNO QUESTO PROGETTO

Pontedera, 23 febbraio 2019                                                                   Claudio

Scocca l’ora della fede

Mi è capitato, recentemente, di entrare in una chiesa di una piccola cittadina, ne ho raccolto il Giornalino parrocchiale nel quale, tra le altre cose, il parroco suggeriva questa sua riflessione:

“Credo che la diminuzione della partecipazione alla Messa festiva non dipenda tanto da fattori esterni o dalla tempistica del celebrante. C’è qualcosa di più profondo (e preoccupante) che si chiama “calo di fede” e mania del “fai da te” anche nel campo della fede. Il comandamento “Non avrai altro Dio fuori di me” è quello più disatteso. Ognuno pensa di potersi costruire un “dio a sua immagine e somiglianza”, il quale naturalmente approva tutto quello che mi salta in mente di fare o di non fare. Il criterio per giudicare il bene e il male non è più il Vangelo o la legge naturale iscritta nella coscienza dell’ uomo, bensì l’opinione che gira sul web, rimbalzata da tutti i “social” e captata da tutti come “verità”. E così ci stiamo “bevendo” il cervello; senza più un punto di riferimento. Immaginate se a un aereo in volo andasse in avaria il sistema di controllo, a cosa andrebbe incontro? E l’ uomo sta precipitando. I genitori non sanno più che ruolo tenere in famiglia; i figli non hanno più un riferimento autorevole nei genitori; la società rincorre un modello di libertà e di felicità che è illusorio, ma intanto ci si crede. Viene in mente quel passo del profeta Geremia in cui Dio dice: “Il mio popolo ha abbandonato me, sorgente d’acqua viva, e si è scavato cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua” (Ger. 2,13).

Credo che sia una riflessione opportuna, quella da fare personalmente, e tuttavia che non debba rimanere a livello individuale. Occorre che ci confrontiamo, sempre. Occorre, direi che è vitale per noi cristiani, cercare e coltivare il dialogo. Prima di tutto all’ interno della comunità ecclesiale.

Il rischio che corriamo è quello di riunirci, secondo taluni anche troppo, senza trovare l’unità. Ed è un rischio che non possiamo permetterci il lusso di correre dal momento che Gesù, prima di offrire se stesso sulla croce prega, evidentemente, per ciò che ritiene essenziale:

“Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: “Che tutti siano una cosa sola, come tu Padre sei in me e io in te”. Siano anch’ essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ ho data a loro, perché siano una cosa sola come noi siamo una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me”. (Gv.17,20-23)

Ma, riprendendo il tema della fede, suggerisco la lettura e, perchè no, la riflessione su quanto detto da Papa Giovanni Paolo I durante l’udienza generale “Vivere la fede” il 13 settembre 1978. Fa parte dei miei ricordi personali; infatti, con un gruppo di “malati”, vi presi parte anche io.

Papa Giovanni, in una sua nota, che è stata anche stampata, ha detto: « Stavolta ho fatto il ritiro sulle 7 lampade della santificazione ». 7 virtù, voleva dire e cioè fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Chissà se lo Spirito Santo aiuta il povero Papa oggi ad illustrare almeno una di queste lampade, la prima: la fede. Qui, a Roma, c’è stato un poeta, Trilussa, il quale ha cercato anche lui di parlare della fede. In una certa sua poesia, ha detto: « Quella vecchietta ceca, che incontrai / la sera che mi spersi in mezzo ar bosco, / me disse: – se la strada nun la sai / te ci accompagno io, che la conosco. / Se ciai la forza de venimme appresso / de tanto in tanto te darò na voce, / fino là in fonno, dove c’è un cipresso, /fino là in cima, dove c’è una croce. / Io risposi: Sarà… ma trovo strano / che me possa guidà chi nun ce vede… / La ceca, allora, me pijò la mano / e sospirò: – Cammina -. Era la fede ». Come poesia, graziosa; come teologia, difettosa. Difettosa perché quando si tratta di fede, il grande regista è Dio, perché Gesù ha detto: nessuno viene a me se il Padre mio non lo attira. S. Paolo non aveva la fede, anzi perseguitava i fedeli. Dio lo aspetta sulla strada di Damasco: « Paolo – gli dice – non sognarti neanche di impennarti, di tirar calci, come un cavallo imbizzarrito. Io sono quel Gesù che tu perseguiti. Ho disegni su di te. Bisogna che tu cambi! ». Si è arreso, Paolo; ha cambiato, capovolgendo la propria vita. Dopo alcuni anni scriverà ai Filippesi: « Quella volta, sulla strada di Damasco, Dio mi ha ghermito; da allora io non faccio altro che correre dietro a Lui, per vedere se anche io sarò capace di ghermirlo, imitandolo, amandolo sempre più ». Ecco che cosa è la fede: arrendersi a Dio, ma trasformando la propria vita. Cosa non sempre facile. Agostino ha raccontato il viaggio della sua fede; specialmente nelle ultime settimane è stato terribile; leggendo si sente la sua anima quasi rabbrividire e torcersi in conflitti interiori. Di qua, Dio che lo chiama e insiste, e di là, le antiche abitudini, « “vecchie amiche” – scrive lui -; e mi tiravano dolcemente per il mio vestito di carne e mi dicevano: “Agostino, come?!, tu ci abbandoni? Guarda, che tu non potrai più far questo, non potrai più far quell’altro e per sempre!” ». Difficile! « Mi trovavo – dice -nello stato di uno che è a letto, al mattino. Gli dicono: “Fuori, Agostino, alzati!”. Io invece, dicevo: “Sì, ma più tardi, ancora un pochino!”. Finalmente il Signore mi ha dato uno strattone, sono andato fuori. Ecco, non bisogna dire: Sì, ma; sì, ma più tardi. Bisogna dire: Signore,sì! Subito! Questa è la fede. Rispondere con generosità al Signore. Ma chi è che dice questo sì? Chi è umile e si fida di Dio completamente! ».

Mia madre mi diceva quand’ero grandetto: da piccolo sei stato molto ammalato: ho dovuto portarti da un medico all’altro e vegliare notti intere; mi credi? Come avrei potuto dire: mamma non ti credo? Ma sì che credo, credo a quello che mi dici, ma credo specialmente a te. E così è nella fede. Non si tratta solo di credere alle cose che Dio ha rivelato ma a Lui, che merita la nostra fede, che ci ha tanto amato e tanto fatto per amore nostro. Difficile è anche accettare qualche verità, perché le verità della fede son di due specie: alcune gradite, altre ostiche al nostro spirito. Per esempio, è gradito sentire che Dio ha tanta tenerezza verso di noi, più tenerezza ancora di quella che ha una mamma verso i suoi figlioli, come dice Isaia. Com’ è gradito e congeniale .C’è stato un grande vescovo francese, Dupanloup, che ai rettori dei seminari era solito dire: con i futuri sacerdoti, siate padri; siate madri. E’ gradito. Con altre verità, invece, si fa fatica. Dio deve castigare; se proprio io resisto. Egli mi corre dietro, mi supplica di convertirmi ed io dico: no!, quasi sono io a costringerlo a castigarmi. Questo non è gradito. Ma è verità di fede. E c’è un’ ultima difficoltà, la Chiesa. S. Paolo ha chiesto: Chi sei Signore? – Sono quel Gesù che tu perseguiti.

Una luce, un lampo ha attraversato la sua mente. Io non perseguito Gesù, manco lo conosco: perseguito invece i cristiani. Si vede che Gesù e i cristiani, Gesù e la Chiesa sono la stessa cosa: inscindibile, inseparabile.

Leggete San Paolo: « Corpus Christi quod est Ecclesia ». Cristo e Chiesa sono una sola cosa. Cristo è il Capo, noi, Chiesa, siamo le sue membra. Non è possibile aver la fede, e dire io credo in Gesù, accetto Gesù ma non accetto la Chiesa. Bisogna accettare la Chiesa, quella che è, e come è questa Chiesa? Papa Giovanni l’ ha chiamata «Mater et Magistra ». Anche maestra. San Paolo ha detto: «Ognuno ci accetti come aiuti di Cristo ed economi e dispensatori dei suoi misteri ».

Quando il povero Papa, quando i vescovi, i sacerdoti propongono la dottrina, non fanno altro che aiutare Cristo. Non è una dottrina nostra, è quella di Cristo; dobbiamo solo custodirla, e presentarla. Io ero presente quando Papa Giovanni ha aperto il Concilio l’11 ottobre 1962. Ad un certo punto ha detto: Speriamo che con il Concilio la Chiesa faccia un balzo avanti. Tutti lo abbiamo sperato; però balzo avanti, su quale strada? Lo ha detto subito: sulle verità certe ed immutabili. Non ha neppur sognato Papa Giovanni che fossero le verità a camminare, ad andare avanti, e poi, un po’ alla volta, a cambiare. Le verità sono quelle; noi dobbiamo camminare sulla strada di queste verità, capendo sempre di più, aggiornandoci, proponendole in una forma adatta ai nuovi tempi. Anche Papa Paolo aveva lo stesso pensiero. La prima cosa che ha fatto, appena fatto Papa, fu di entrare nella Cappella privata della Casa Pontificia; lì infondo Papa Paolo ha fatto fare due mosaici: San Pietro e San Paolo: San Pietro che muore, San Paolo che muore; ma sotto San Pietro ci sono le parole di Gesù: Pregherò per te, Pietro, perché non venga mai meno la tua fede. Sotto San Paolo, che riceve il colpo di spada: ho consumato la mia corsa, ho conservato la fede. Voi sapete che nell’ultimo discorso del 29 giugno, Paolo VI ha detto: dopo quindici anni di pontificato, posso ringraziare il Signore; ché ho difeso, ho conservato la fede.

E’ madre anche la Chiesa. Se è continuatrice di Cristo e Cristo è buono: anche la Chiesa deve essere buona; buona verso tutti; ma se per caso, qualche volta ci fossero nella Chiesa dei cattivi? Noi ce l’abbiamo, la mamma. Se la mamma è malata, se mia madre per caso diventasse zoppa, io le voglio più bene ancora. Lo stesso, nella Chiesa: se ci sono, e ci sono, dei difetti e delle mancanze, non deve mai venire meno il nostro affetto verso la Chiesa. Ieri – e finisco – mi hanno mandato il numero di « Città Nuova »: ho visto che hanno riportato, registrandolo, un mio brevissimo discorso, con un episodio. Un certopre dicatore Mac Nabb, inglese, parlando ad Hyde Park, aveva parlato della Chiesa. Finito, uno domanda la parola e dice: belle parole le sue. Però io conosco qualche prete cattolico, che non è stato coi poveri e si è fatto ricco. Conosco anche dei coniugi cattolici che hanno tradito la loro moglie; non mi piace questa Chiesa fatta di peccatori. Il Padre ha detto: ha un po’ ragione, ma posso fare un’ obiezione? – Sentiamo – Dice: scusa, ma sbaglio oppure il colletto della tua camicia è un po’ unto? – Dice: sì, lo riconosco. – Ma è unto, perché non hai adoperato il sapone, o perché hai adoperato il sapone e non è giovato a niente? No, dice, non ho adoperato il sapone. Ecco. Anche la Chiesa cattolica ha del sapone straordinario: vangelo, sacramenti, preghiera. Il vangelo letto e vissuto; i sacramenti celebrati nella dovuta maniera; la preghiera ben usata sarebbero un sapone meraviglioso capace di farci tutti santi. Non siamo tutti santi, perché non abbiamo adoperato abbastanza questo sapone. Vediamo di corrispondere alle speranze dei Papi, che hanno indetto e applicato il Concilio, Papa Giovanni, Papa Paolo. Cerchiamo di migliorare la Chiesa, diventando noi più buoni. Ciascuno di noi e tutta la Chiesa potrebbe recitare la preghiera ch’ io sono solito recitare: Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri.


Oggi abbiamo ascoltato il brano evangelico della chiamata di Pietro e di come si sia fidato di Gesù: sulla tua parola getterò le reti.

Per l’approfondimento personale possiamo rileggere la prima enciclica di Papa Francesco, “Lumen fidei” (La luce della fede) dedicata a questa virtù teologale e che si conclude con la seguente invocazione a Maria, che possiamo fare nostra.

A Maria, madre della Chiesa e madre della nostra fede, ci rivolgiamo in preghiera.

Aiuta, o Madre, la nostra fede!
Apri il nostro ascolto alla Parola, perché riconosciamo la voce di Dio e la sua chiamata.
Sveglia in noi il desiderio di seguire i suoi passi, uscendo dalla nostra terra e accogliendo la sua promessa.
Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore, perché possiamo toccarlo con la fede.
Aiutaci ad affidarci pienamente a Lui, a credere nel suo amore, soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce, quando la nostra fede è chiamata a maturare.
Semina nella nostra fede la gioia del Risorto.
Ricordaci che chi crede non è mai solo.
Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinché Egli sia luce sul nostro cammino. E che questa luce della fede cresca sempre in noi, finché arrivi quel giorno senza tramonto, che è lo stesso Cristo, il Figlio tuo, nostro Signore!

Dal Centro di Aiuto alla Vita: aiutaci anche tu!

Domenica scorsa, al termine delle celebrazioni liturgiche, nelle chiese cittadine è stato letto il seguente comunicato del Centro di Aiuto alla Vita di Pontedera

VITA E’ UN MIRACOLO

VITA E’ UN DONO

VITA E’ POTER SOGNARE

VITA E’ AVERE UN FUTURO

VITA E’ AMORE

VITA E’ AMARE

VITA E’ SOLIDARIETA’

VITA E’ TESTIMONIARE L’ AMORE DI DIO

Celebrare la Giornata per la Vita oggi è un atto coraggioso perché tutto nella nostra società è orientato altrove.

Viviamo in un momento storico dove prevale la cultura dello scarto di cui parla tanto Papa Francesco.

Se non si è utili si rischia di essere scartati e i più deboli, i bambini, gli anziani e i malati sono i soggetti più a rischio.

Sembra che il posto più pericoloso al mondo per un essere umano sia il grembo della donna.

I Centri di aiuto alla vita costituiscono le sedi operative del Movimento per la vita che rispondono in modo concreto alle necessità delle donne che vivono una gravidanza difficile o inattesa.

Cosa facciamo al Centro di aiuto alla Vita?

Vogliamo promuovere la cultura della Vita, offrire una nuova prospettiva alle donne, alle ragazze in difficoltà nell’accettare una gravidanza.

Il nostro Centro offre supporto alle mamme con bambini fino a due anni fornendo latte, pannolini e alimenti di prima necessità, inoltre raccogliamo volentieri donazioni di passeggini, lettini, vestitini per darli a coloro che ne sono sprovvisti.

La tutela e la promozione della vita rappresentano per noi un compito fondamentale perché una società giusta riconosce come primario il diritto alla vita dal concepimento fino al suo termine.

All’ uscita troverete le primule che sono solo un simbolo della primavera, della vita che nasce.

Ma soprattutto vi saremo grati se fareteconoscere il nostro centro.


Proprio per far sapere della presenza del Centro e farne conoscere l’attività, integro anche con le informazioni che seguono:

Ciò di cui hanno bisogno

come alimentari per l’infanzia da 0 a 3 anni: latte in polvere, latte a lunga conservazione, omogeneizzati, biscotti, creme e liofilizzati

come accessori: pannolini, corredini e abbigliamento, carrozzine e passeggini, lettini (il tutto in buono stato)

Possiamo portare quanto sopra presso la sede (locali della Chiesadei Padri Cappuccini in via Diaz, 35 – Pontedera) tutti i mercoledì dalle ore 16 alle ore 18

Inoltre, possiamo inviare offerte a C.A.V. Pontedera

Iban IT67A0523271130000020166336B.Pop. Lajatico Ag Romito

Per contatti: Marta (329 0738951), Stefano (329 7489415)

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È VITA, È FUTURO

GIORNATA PER LA VITA 2019

Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 41ª Giornata Nazionale per la Vita

3 febbraio 2019

Germoglia la speranza

            «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa»(Is 43,19). L’annuncio di Isaia al popolo testimonia una speranza affidabile nel domani di ogni donna e ogni uomo, che ha radici di certezza nel presente, in quello che possiamo riconoscere dell’opera sorgiva di Dio, in ciascun essere umano e in ciascuna famiglia. È vita, è futuro nella famiglia! L’esistenza è il dono più prezioso fatto all’uomo, attraverso il quale siamo chiamati a partecipare al soffio vitale di Dio nel figlio suo Gesù. Questa è l’eredità, il germoglio, che possiamo lasciare alle nuove generazioni: «facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera» (1Tim 6, 18-19).

Vita che “ringiovanisce”

            Gli anziani, che arricchiscono questo nostro Paese, sono la memoria del popolo. Dalla singola cellula all’intera composizione fisica del corpo, dai pensieri, dalle emozioni e dalle relazioni alla vita spirituale, non vi è dimensione dell’esistenza che non si trasformi nel tempo, “ringiovanendosi” anche nella maturità e nell’anzianità, quando non si spegne l’entusiasmo di essere in questo mondo. Accogliere, servire, promuovere la vita umana e custodire la sua dimora che è la terra significa scegliere di rinnovarsi e rinnovare, di lavorare per il bene comune guardando in avanti. Proprio lo sguardo saggio e ricco di esperienza degli anziani consentirà di rialzarsi dai terremoti – geologici e dell’anima – che il nostro Paese attraversa.

Generazioni solidali

            Costruiamo oggi, pertanto, una solidale «alleanza tra le generazioni» [1], come ci ricorda con insistenza Papa Francesco.  Così si consolida la certezza per il domani dei nostri figli e si spalanca l’orizzonte del dono di sé, che riempie di senso l’esistenza. «Il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita ‒ con i piedi ben piantati sulla terra ‒ e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide»[2], antiche e nuove. La mancanza di un lavoro stabile e dignitoso spegne nei più giovani l’anelito al futuro e aggrava il calo demografico, dovuto anche ad una mentalità antinatalista[3] che, «non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire»[4]. Si rende sempre più necessario un patto per la natalità, che coinvolga tutte le forze culturali e politiche e, oltre ogni sterile contrapposizione, riconosca la famiglia come grembo generativo del nostro Paese.

L’abbraccio alla vita fragile genera futuro

            Per aprire il futuro siamo chiamati all’accoglienza della vita prima e dopo la nascita, in ogni condizione e circostanza in cui essa è debole, minacciata e bisognosa dell’essenziale. Nello stesso tempo ci è chiesta la cura di chi soffre per la malattia, per la violenza subita o per l’emarginazione, con il rispetto dovuto a ogni essere umano quando si presenta fragile. Non vanno poi dimenticati i rischi causati dall’indifferenza, dagli attentati all’integrità e alla salute della “casa comune”, che è il nostro pianeta. La vera ecologia è sempre integrale e custodisce la vita sin dai primi istanti.

La vita fragile si genera in un abbraccio: «La difesa dell’innocente che non è nato deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo»[5]. Alla «piaga dell’aborto»[6] – che «non è un male minore, è un crimine»[7] – si aggiunge il dolore per le donne, gli uomini e i bambini la cui vita, bisognosa di trovare rifugio in una terra sicura, incontra tentativi crescenti di «respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze»[8].

Incoraggiamo quindi la comunità cristiana e la società civile ad accogliere, custodire e promuovere la vita umana dal concepimento al suo naturale termine. Il futuro inizia oggi: è un investimento nel presente, con la certezza che «la vita è sempre un bene»[9], per noi e per i nostri figli. Per tutti. E’ un bene desiderabile e conseguibile.


[1] Papa Francesco, Viaggio Apostolico in Irlanda per il IX Incontro Mondiale delle famiglie (25-26 agosto 2018). Discorso alla Festa delle famiglie in Croke Park Stadium (Dublino), 25 agosto 2018. Cfr. Papa Francesco, Discorso all’Incontro con gli anziani, 28 settembre 2014.

[2] Papa Francesco, Santa Messa per la conclusione del Sinodo Straordinario sulla famiglia e Beatificazione del Servo di Dio Papa Paolo VI, Omelia, 19 ottobre 2014.

[3] Cfr. Papa Francesco, Esortazione Apostolica post sinodale Amoris laetitia, 42.  

[4] Papa Francesco, Esortazione Apostolica post sinodale Amoris laetitia, 42.  

[5] Cfr. Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 25 giugno 2018.

[6] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dall’Associazione Scienza e Vita, 30 maggio 2015.

[7] Papa Francesco, Conferenza Stampa nel volo di ritorno dal Messico verso Roma, 18 febbraio 2016.

[8] Papa Francesco, Messaggio per la 51a Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2018.

[9] San Giovanni Paolo II, Lettera enciclica “Evangelium vitae” sul valore e l’inviolabilità della vita umana, 34.

Solidarietà e pace oggi

Tu sei cristiano per mezzo della carità:

per nient’altro e a nient’altro.

Se dimentichi la carità, ti rendi assurdo

e se la tradisci diventi mostruoso.

Nessuna giustizia può dispensarti dalla sua legge.

Se ti stacchi da lei per ricevere qualcosa più grande

di lei,

tu preferisci la ricchezza alla vita.

Se ti stacchi da lei per dare qualcosa migliore di lei

tu privi tutto il mondo

del solo tesoro che sei fatto per donare.

La carità non è facoltativa.

Noi siamo liberi da ogni obbligo

ma totalmente dipendenti da una sola necessità:

la carità.

La carità è più che il necessario per esistere

più che il necessario per vivere

più che il necessario per agire.

La carità è la nostra vita eterna.

Quando lasciamo la carità, noi lasciamo la vita.

Un atto senza carità è morte improvvisa,

un atto della carità è una risurrezione immediata.

…La carità è gratuita pur essendo necessaria:

tu non la guadagni come ad un concorso;

la guadagni desiderandola, domandandola,

ricevendola, trasmettendola.

Non s’ impara la carità, se ne fa conoscenza

a poco a poco

imparando a conoscere Cristo.

E’ la fede nel Cristo che ci rende capaci di carità,

è la vita del Cristo che ci rivela la carità,

è la vita del Cristo che ci insegna

come desiderare, domandare, ricevere la carità.

E’ lo spirito del Cristo che ci fa vivi di carità

attivi mediante la carità

fecondi di carità.

Tutto può servire alla carità.

Tutto è sterile senza di lei. Noi stessi per primi.

Prende avvio con questa preghiera – vale davvero la pena di rileggerla con attenzione – di Madeleine Delbrel, la mistica delle periferie, la riflessione che ho fatto in questi giorni su Solidarietà e Pace.

Poche epoche come la nostra hanno così fortemente esaltato, e non soltanto a parole, i valori della solidarietà e della pace; ma, nello stesso tempo, mai come oggi questi valori sono stati rimessi in questione e appaiono, dunque, come realtà da riproporre e da rifondare di continuo.

Per il cristiano costruire la solidarietà e la pace è una componente essenziale della sua stessa fede, uno dei modi fondamentali con i quali “essere religiosi”.

Per tale motivo ci compete ricercare le occasioni opportune per compiere un percorso di auto-formazione a questi valori. Occorrerà sempre promuovere nella società e nella stessa Chiesa la pace (anche come concordia) e la solidarietà (unita alla giustizia) per esprimere la nostra vocazione ad essere testimoni, nella storia, dell’ amore di Dio; un amore che, come ricorda l’apostolo Giovanni, trova nel servizio ai fratelli un suo essenziale referente. “Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” (1 Gv. 4,12).

Praticare la solidarietà e costruire la pace è, dunque, una via privilegiata per testimoniare nel mondo, qui ed ora, l’amore di Dio.

Merita qui citare un brano della Enciclica “Sollecitudine sociale della Chiesa” che Giovanni Paolo II ha scritto nel 1987.

Le «strutture di peccato» e i peccati (…) si oppongono con altrettanta radicalità alla pace e allo sviluppo, perché lo sviluppo, secondo la nota espressione dell’ Enciclica paolina, è «il nuovo nome della pace».

In tal modo la solidarietà da noi proposta è via alla pace e insieme allosviluppo. Infatti, la pace del mondo è inconcepibile se non si giunge, da partedei responsabili, a riconoscere che l’interdipendenza esige di per sé ilsuperamento della politica dei blocchi, la rinuncia a ogni forma diimperialismo economico, militare o politico, e la trasformazione dellareciproca diffidenza in collaborazione. Questo è, appunto, l’atto proprio dellasolidarietà tra individui e Nazioni. Il motto del pontificato del mio veneratopredecessore Pio XII era Opus iustitiae pax, la pace come frutto della giustizia. Oggi si potrebbe dire, con la stessa esattezza e la stessa forza di ispirazione biblica (Is 32,17); (Gc 3,18). Opus solidaritatis pax, la pace come frutto della solidarietà. Il traguardo della pace, tanto desiderata da tutti, sarà certamente raggiunto con l’attuazione della giustizia sociale e internazionale, ma anche con la pratica delle virtù che favoriscono la convivenza e ci insegnano a vivere uniti, per costruirne uniti, dando e ricevendo, una società nuova e un mondo migliore. 

La solidarietà è indubbiamente una virtù cristiana. Già nella precedente esposizione era possibile intravedere numerosi punti di contatto tra essa e la carità, che è il segno distintivo dei discepoli di Cristo (Gv 13,35). Alla luce della fede, la solidarietà tende a superare se stessa, a rivestire le dimensioni specificamente cristiane della gratuità totale, del perdono e della riconciliazione. Allora il prossimo non è soltanto un essere umano con i suoi diritti e la sua fondamentale eguaglianza davanti a tutti, ma diviene la viva immagine di Dio Padre, riscattata dal sangue di Gesù Cristo e posta sott ol’azione permanente dello Spirito Santo. Egli, pertanto, deve essere amato, anche se nemico, con lo stesso amore con cui lo ama il Signore, e per lui bisogna essere disposti al sacrificio, anche supremo: «Dare la vita per i propri fratelli» (1 Gv 3,16). Allora la coscienza della paternità comune di Dio, della fratellanza di tutti gli uomini in Cristo, «figli nel Figlio», della presenza e dell’ azione vivificante dello Spirito Santo, conferirà al nostro sguardo sul mondo come un nuovo criterio per interpretarlo. Al di là dei vincoli umani e naturali, già così forti e stretti, si prospetta alla luce della fede un nuovo modello di unità del genere umano, al quale deve ispirarsi, in ultima istanza, la solidarietà.


In riferimento alla Pace, in piena coerenza con la dottrina del Concilio Vaticano II e con i successivi interventi del magistero della Chiesa, è ormai largo il consenso in ambito cattolico su tre tesi.

La prima tesi è che, in prospettiva cristiana, pace non è essenzialmente la pura essenza di guerra ma, per riprendere una nota formula di Agostino, la tranquillitas ordinis. Non può essere pace il semplice mantenimento dello status quo o tanto meno la salvaguardia di un regime stabilito, che è spesso un “disordine stabilito”. Il cristiano non può sentirsi appagato limitandosi a consatatare (semmai si verificasse l’eventualità) che non si ode più il fragore delle armi; deve anche verificare la qualità di questa pace, e non separarla mai dall’altro valore ad essa strettamente collegato, la giustizia e il rispetto delle fondamentali libertà e dei diritti umani.

La seconda tesi è che – sia per respingere un ingiusto aggressore, sia per ripristinare l’ordine giuridico ed etico violato – nell’attuale contesto storico, e in presenza di armi di distruzione totale, la via da percorrere, perchè la più vicina al messaggio evangelico, è quella dell’azione non violenta (al limite dalla resistenza non violenta). E’ bene precisare che si tratta pur sempre di “azione”, non di noncuranza, non di rassegnazione, non di passività; ma è un’azione che ricorre a forme diverse dall’uso delle armi. In questo senso il cristiano è sempre un “resistente” (sono esemplari, a questo riguardo, testimonianze come quelle di Dietrich Bonhoeffer o di Massimiliano Kolbe), anche se non necessariamente un resistente violento.

Si tratta di costruire progressivamente la pace con la forza che viene dalla consapevolezza che è necessario e doveroso opporsi al male; ma questa forza è soprattutto spirituale e morale, tutta giocata sulla sfida ad una violenza cieca che prima o poi dovrà piegarsi di fronte a questa energia interiore che la supera, la sovrasta.

Come si comprende bene è, questa, un’azione che richiede tempi lunghi, ma che appare quella più congeniale allo spirito del Vangelo.

La terza tesi è che la costruzione della pace esige una mediazione politica, non può risolversi esclusivamente nella sfera della coscienza. Siamo in presenza cioè di una pace interiore, che si realizza all’ interno di ogni uomo; e c’è una pace esteriore che può essere realizzata solo grazie ad una politica che assuma come suo punto di riferimento la realizzazione della pace nella giustizia.

Il messaggio di questo anno che papa Francesco ci ha consegnato si sofferma su questo aspetto. Domani sera al Santuario del Santissimo Crocefisso in Pontedera potremo riflettere, pregare, interrogarci insieme su queste istanze tanto importanti.

E’ perciò necessario che ci sia chi sappia trasferire il valore della pace dall’ ambito delle coscienza a quello delle strutture, trasformando i comportamenti individuali in scelte collettive, che rappresentano appunto il campo privilegiato della politica.

La buona politica sarà quella che saprà evitare i rischi di un’astratto moralismo e della riduzione della politica a pura prassi, disancorata da ogni riferimento etico. Si tratta di riuscire a coniugare tra loro realismo e profezia.


Alla luce di quanto sopra si può dire che la pace è possibile, ma solo a certe condizioni:

La prima condizione della pace risiede nello stretto legame tra pace e democrazia. La volontà popolare è solitamente volontà di pace e quando la volontà popolare può liberamente esprimersi, le spinte alla guerra vengono il più delle volte esorcizzate e frenate. Costruire la democrazia è, quindi, parte integrante della costruzione della pace.

La seconda condizione della pace è il raggiungimento di un ragionevole livello di sviluppo da parte di tutti i popoli; quando il divario supera una ragionevole soglia – e soprattutto quando si verifica una sorta di inammissibile divaricazione tra popoli ricchi e popoli poveri – allora la pace è inevitabilmente messa in discussione. Nel Magistero sociale della Chiesa, in particolare la sopra citata encliclica e la Centesimus annus del 1991 (Giovanni Paolo II) come pure la Popolorum progressio del 1967 (Paolo VI) viene proposto con forza il legame tra pace e sviluppo dei popoli. E’ un campo di intervento per tutti i credenti.

Infine è necessario che a fondamento dei comportamenti di pace si affermi una cultura della pace e della nonviolenza, sistematicamente diffusa, dalla scuola alle Chiese ed ai mezzi di comunicazione di massa, passando dai social: la società trasuda violenza, che si contrasta all’interno di una cultura di pace di vasto raggio e di grande respiro.

Si tratta di smantellare, uno dopo l’altro, i tanti “miti” costruiti sul culto della forza, da quello dell'”onore nazionale” a quello della “violenza purificatrice”.

Su questo terreno noi credenti possiamo incontrarci con tutti gli uomini di buona volontà e fare con loro un lungo cammino. Sia pure muovendo da posizioni diverse e procedendo su percorsi differenti, ci ritroveremo alla fine nel riconoscimento della dignità dell’uomo.

In questo senso – come ha ricordato Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, n. 54 – la Parola di Dio non annuncia soltanto un messaggio di salvezza ma “rivela l’uomo a se stesso”. Questa comune “rivelazione” riunirà alla fine, nel giorno del giudizio (cfr Mt 25), tutti coloro che in buona fede e con sincerità di animo hanno servito l’uomo, servendo – consapevolmente o inconsapevolmente – lo stesso Dio.

A noi credenti spetta abitare questo vasto campo: per la costruzione della democrazia, per una armoniosa integrazione tra i popoli, per l’ elaborazione e la diffusione di una vera cultura di pace.

E’ un’opera silenziosa, umile, di lungo periodo, apparentemente non produttiva e non premiante, ma alla fine preziosa e feconda.

Ritorna il tema, fondamentale, della solidarietà. Senza spirito di solidarietà non è possibile nè costruire la democrazia nè addivenire a più giusti rapporti tra i popoli. Sotto questo aspetto si potrebbe affermare che la solidarietà è il nuovo volto della pace, di una pace fondata sulla giustizia.

Claudio


Educare alla mondialità

Si conclude oggi la Settimana ecumenica, settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

In tutto il mondo, come cristiani, ci riuniamo in preghiera per crescere nell’unità. Lo facciamo in un mondo in cui la corruzione, l’avidità, l’ingiustizia causano disuguaglianza e divisione. La nostra è una preghiera unita in un mondo frantumato, per questo è incisiva. Ciò nonostante, come singoli e come comunità siamo spesso complici di ingiustizie, laddove, invece, come cristiani siamo chiamati a rendere una testimonianza comune in favore della giustizia, e ad essere uno strumento della graziaguaritrice di Dio in un mondo lacerato. (Dalla introduzione al fascicolo dipreghiere 2019)

La festa della Conversione di San Paolo conclude in modo significativo questa settimana, ricordando che “non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione”, secondo il Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II.

L’unità cristiana non significa solo unità fra le differenti chiese ma anche e soprattutto tra le differenti culture.

Il Salmo 87, affermando che “tutti là siamo nati”, presenta agli occhi dei credenti di tutti i tempi un ideale di unità culturalee di civiltà permanentemente valida.

Sui monti santi egli l’ha fondata;
2 il Signore ama le porte di Sion
più di tutte le dimore di Giacobbe.

3 Di te si dicono cose gloriose,
città di Dio!

4 Iscriverò Raab e Babilonia
fra quelli che mi riconoscono;
ecco Filistea, Tiro ed Etiopia:
là costui è nato.

5 Si dirà di Sion:
“L’uno e l’altro in essa sono nati
e lui, l’Altissimo, la mantiene salda.”

6 Il Signore registrerà nel libro dei popoli:
“Là costui è nato”.

7 E danzando canteranno:
“Sono in te tutte le mie sorgenti”.

Questo salmo trova il suo pieno senso in Cristo, il nuovo tempio, in cui ogni popolo e ogni cosa sono riconciliati.  In Gerusalemme tutti i popoli hanno la loro registrazione anagrafica in un “libro” che è quello della vita.

“I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità.Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umanosu tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cuiProvvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza siestendono a tutti finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che lagloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce”. (Concilio Vat.II, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane “Nostra Aetate”, nr. 1)

L’unica paternità di Dio rende i popoli fratelli, le nazioni sorelle.

Nel cristianesimo tutto è “ecumenico” perché il Cristo è salvatore universale. Di lui non possiamo dire nulla in senso non universale: tale è il suo Vangelo; tale è tutta la sua opera messianica.

L'”ecumenicità” del Cristianesimo fonda la”cattolicità” della Chiesa; per essere legata sacramentalmente aCristo e per aver ricevuto da lui una missione universale (cf Mt 28,20), laChiesa è per sempre cattolica: “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo ilsacramento, ossia il segno e lo strumento dell’ intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. (Lumen gentium, nr. 1)

Essendo mandata a tutti i popoli (“ma avrete forzadallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme,in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. At. 1,8), la Chiesa ha l’obbligo di inculturare in essi il cristianesimo, di insaporare le loro culture con il sale della sapienza evangelica collaborando alla loro piena umanizzazione.

Per le premesse fatte, ho collocato in questi giorni la ricerca, lo studio, la riflessione sulla educazione alla mondialità.

Ne offro qui alcuni spunti suggerendo, per chi interessato,la ricerca (anche in Internet) di Cem mondialità, Cem Padova, Macondo.it per citarne solo pochissimi tra i vari gruppi e organismi che si occupano di educazione alla mondialità.


Le vie alla cultura della mondialità, tutte degne di essere percorse ed esplorate, potrei indicarle in: via antropologica, via etica, via politica, via pedagogica. Dopo alcune considerazioni, di seguito mi inoltro nella via pedagogica.

Siamo nella possibilità e nell’ urgenza di essere mondiali nel nostro “cortile di casa”. I terzomondiali, infatti, sono fra noi; nel nostro territorio nazionale si sta da tempo componendo una società multirazziale, pluriforme e pluriculturale. Alla pressione migratoria dall’ Est europeo si aggiunge l’altra spinta migratoria proveniente da Sud. Le difficoltà di accoglienza sono molteplici e di diversa natura; certamente viene avanzata una provocazione alla nostra speranza.

Dobbiamo tuttavia chiederci come organizzare la speranza su questo fenomeno sempre nuovo e difficile.

A mio avviso si richiede, per il cristiano e per le comunità ecclesiali, uno stile di vita dalla solidarietà lungimirante e di vaste vedute.

Saper valorizzare una “chance”. L’immigrazione, a ben vederla, è una chance, soprattutto tenendo conto della situazione d’invecchiamento della popolazione italiana: anche gli operatori economici lo vanno ripetendo.

Riscoprire la virtù dell’accoglienza. Il problema degli immigrati sollecita le comunità cristiane a riscoprire la virtù dell’accoglienza: “La responsabilità di offrire accoglienza, solidarietà e assistenza ai rifugiati è innanzi tutto della Chiesa locale”, ricordava vari anni fa il Pontificio consiglio dellapastorale per i migranti e gli itineranti (“I rifugiati: una sfida alla solidarietà), ed ancora: “Il primo luogo d’attenzione ecclesiale ai rifugiati resta la comunità parrocchiale”.

Adottare le “forme lunghe della solidarietà”. L’esercizio della solidarietà deve assumere i tempi e le misure delle emergenze che stiamo vivendo: “Si comprende così come il principio della legalità si intrecci con quello della solidarietà, e quanto sia pericolosa l’ illusione di ritenere chiuso il capitolo solidaristico, per rimettere il futuro interamente alla capacità dei singoli individui. Oggi è ancor più necessario di un tempo un profondo senso di solidarietà, che abbracci tanto le forme “corte” di solidarietà, come quelle incentrate sui legami familiari e sui rapporti privati, quanto quelle “lunghe”, che fanno riferimento a realtà vaste e complesse, e perciò esigono interventi di lungo periodo con un’ attenta valutazione dei bisogni e delle risorse disponibili. La solidarietà deve collegare i gruppi politicamente, culturalmente ed economicamente più forti con quelli più deboli, gli anziani con i giovani, il Nord con il Sud, i cittadini con gli immigrati. Una simile solidarietà si può affermare solo con la collaborazione attiva di tutti, in ordine a far sì che le strutture della società siano sempre più corrispondenti alle esigenze fondamentali di libertà, di giustizia, di eguaglianza della persona umana. (Educare allalegalità. Per una cultura della legalità nel nostro Paese, CEI, nr. 11)

Promuovere una cultura della pace. Nulla come una cultura di pace può contribuire, da subito e nel proprio spazio di vita, a preparare una cultura della convivenza dei popoli. Nello spirito della Pacem in terris di Giovanni XXIII e lo sviluppato insegnamento sul tema dai pontefici fino a papa Francesco, noi cristiani, agendo in un forte contatto interreligioso, dobbiamo mostrare audacia nel sostenere la profezia della pace, quale bene indivisibile e permanente dell’ intera famiglia dei popoli.

Prendere la difesa dei popoli “ultimi”. Una carità politica speciale e di vaste dimensioni si richiede dai cristiani e dalle Chiese: che sappiano difendere i popoli e i gruppi etnici in difficoltà, che sappiano accorgersi dei “popoli che muoiono” e sappiano intervenire e si possano fermare etnocidi spaventosi. Sono oltre 100, secondo una ricerca attivata semplicemente con un motore di ricerca in internet. E’ scandaloso mostrare più attenzione e maggiore premura per l’orsetto panda, la foca monaca e l’aquila reale e meno per i gruppi etnici a rischio.

Diventare europei. Ci è chiesto di diventare europei. Esiste un ricchissimo magistero di Papa Giovanni Paolo II al riguardo: ci insegna come costruire e come abitare la “casa comune d’Europa”.

Accompagnare la natura alla salvezza. Nel convincimento di fede che la natura è creatura di Dio e che essa, in modo misterioso, è implicata nella storia della salvezza, il cristiano si assume l’incarico di partecipare alla grande causa della salvaguardia della natura, la sorella minore che Dio ha affidata alle mani e alla guida cosciente dell’uomo.

Educamondo

La “mondialità”, va indotta con l’atto educativo capace di accompagnare, di motivare. Una azione educativa che parta dall'”altro”. Inoltre che apra alla conoscenza, all’accettazione, alla valorizzazione della differenza. Questa viene considerata come valore, risorsa e diritto. Non si tratta solo di avere tolleranza.

Oggi il problema è che con l’altro dobbiamo convivere e soprattutto costruire un destino comune. C’è bisogno di passare da atteggiamenti semplicemente di rispetto e di tolleranza ad atteggiamenti di cooperazione, di convivialità, si simpatia, per un cammino di civiltà da fare insieme.

Una vera educazione alla mondialità passa attraverso l’educazione alla differenza poiché non significa diventare tutti uguali, eliminando le differenze, camminando tutti verso qualcosa che ci accomuna e che ci rende simili.

L’educazione alla mondialità non significa educazioneall’ indifferenza delle idee e degli stili di vita, o all’ omologazione sociale,ma alla reciprocità delle differenze. Siamo diversi per poterci integrare,completare, arricchirci e abbellirci nell’incontro solidale e partecipe dellenostre identità. Non può mancare il rispetto della differenza culturale el’accettazione dell’interculturalismo come valore.

Educare alla mondialità significa anche educare alladecostruzione per smontare le basi culturali su cui poggia l’ideologia dellaguerra, del profitto assolutizzato, degli egoismi nazionali e di quant’altroostacola la nascita di una cultura della pace, della solidarietà edell’ interdipendenza planetarie.

Anzitutto il processo di decostruzione è in grado disottoporre a critica dura e demotivante quelle che sono state chiamate le“ideologie di ritorno”: l’ ideologia del sangue (razza), l’ ideologia del luogo (patria), l’ ideologia della proprietà (disancorata da apertura sociale), l’ ideologia della forza (violenza e guerra per risolvere i conflitti tra i popoli).


La cultura della convivenza tra i popoli per essere qualcosadi serio deve cominciare subito e intorno a noi. Per facilitare questa impresaponiamo di fronte a noi l’ icona della convivialità con l’augurio di lasciarci orientare dai suoi tratti:

il gruppo, ossia la presenza dell’altro;

la presenza dei beni, non solo di quelli materiali;

la condivisione dei beni, secondo i principi della creazione e della fraternità;

il consumo dei beni, senza egoismo, senza sprechi, eppure secondo il principio della sovrabbondanza caritativa;

il faccia a faccia dei commensali;

il clima di gioia e di festa;

la disponibilità al perdono, di fronte alla trasgressione e alla colpa.

Claudio