Non rimanga inosservato

I Pastori del popolo santo di Dio che vive in terra di Toscana, hanno recentemente scritto un Messaggio per “proporre alcune riflessioni che possano essere di orientamento” in vista di un ripensamento dei modelli sociali, economici e culturali.

Dico subito che questo è un Messaggio che non può passare inosservato; lascio, però, all’intelligenza del lettore se collocarlo tra le perle di lungimiranza, saggezza, profezia che la storia della Chiesa anche in Italia nel corso dei decenni ha donato oppure se tenerlo presente in quanto fin troppo generico, scontato, deludente (anche in questo caso non sarebbe certamente il primo).

Ovviamente non dirò il mio parere in merito.

Di seguito mi limito a fare alcune considerazioni molto “grossolane”.

Al terzo capoverso del Messaggio i Vescovi ne esplicitano gli intenti ed i destinatari. Per prima cosa chiedono a tutti (immagino si riferiscano ai cittadini e alle cittadine maggiorenni ) di praticare il diritto di voto (su tale richiesta non si dilungano).  A seguire svelano i destinatari: a quanti si accingono ad assumere responsabilità nelle istituzioni regionali (forse si rivolgono ai candidati non solo della Toscana?) segnalano alcune priorità.

Quindi, detto questo, con la lettura del terzo capoverso noi comuni cittadini (solo elettori) potremmo tranquillamente accantonare il Messaggio.

Per fortuna i nostri Vescovi dichiarano di “voler favorire un discernimento che valorizzi la ricerca del bene comune, scelte coerenti con il Vangelo e con la Dottrina sociale della Chiesa”. Certo è che sorge spontanea una domanda: di quale discernimento si parla? Se si parla del discernimento a livello di comunità cristiana allora potremmo auspicare che tale discernimento comunitario fosse tenuto in debita considerazione, proprio dai Vescovi, come criterio di verifica delle loro visite pastorali alle parrocchie ed ai vicariati in cui si articola la medesima comunità chiamata, doverosamente, a discernere.

Infatti, l’esperienza ed il confronto tra laici di diocesi anche diverse, fa emergere che il discernimento comunitario (su cui giustamente insiste Papa Francesco che addirittura lo ha chiesto al Convegno ecclesiale di Firenze per tutta la Chiesa italiana) è sovente tra gli obiettivi di Piani Pastorali che rischiano di spingersi poco oltre sterili slogans.

Indubbiamente occorre che i vari componenti come pure i vari carismi e ministeri della Chiesa si muovano incontro reciprocamente, come pure occorre onestamente dirci che ancora molto (in tale direzione) c’è da fare.

Quanto poi alle scelte coerenti con il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa, è pacifico che l’uno e l’altra dovrebbero costituire dei punti di riferimento, dei segnavia, per la comunità ecclesiale; punti di riferimento non soggetti , possibilmente, a disquisizioni e distinguo da parte dei credenti, ma è proprio così?

Non di rado capita che si erga qualche benpensante ancora a mettere in contrapposizione il magistero di Papa Francesco con quello di Papa Benedetto o di Papa Giovanni Paolo; nel Vangelo, parola di Salvezza, taluni disquisiscono su alcune sue pagine “troppo buoniste” e, la “sconosciuta ai più”, Dottrina sociale della Chiesa viene ritenuta poco più che una  raccolta di sagge indicazioni per “addetti ai lavori”.

Ho mantenuto la promessa, non sono andato oltre il terzo capoverso (e nemmeno me ne sono pentito). Mi rendo conto che posso solo suggerire di leggere le considerazioni dei Vescovi e, successivamente, ognuno ne tiri le debite considerazioni.

Mantengo l’altra promessa: non mi sbilancio a rendere evidenti quelle che io ho fatto, ammesso e non concesso che la tal cosa interessi a qualcuno o che sia di una qualche utilità.

Mi sia consentito, però, esprimere una lecita aspettativa dai nostri fratelli Vescovi: credo che dovrebbero chiedersi se sono ancora, questi che stiamo vivendo, i tempi delle enunciazioni o se, al contrario, varrebbe di più provare a condividere spazi di confronto, di reale ascolto, di sincero e franco dialogo. Con tutti.

Non sarebbe, anche in tal modo, segno di quella Chiesa dalle porte aperte che pratica la sinodalità, tante volte auspicata?

Del resto sono proprio gli stessi vescovi che, verso la conclusione del Messaggio, affermano che “l’imperativo è di farsi prossimi a tutti”; se è così (ed è così!) penso che occorra che tutti, nessuno escluso, mettiamo in pratica questo atteggiamento e stile di vita in modo che l’auspicio non resti solo tale.

Claudio

Messaggio dei Vescovi toscani

                                La pandemia, che ha colpito il mondo e ha provocato grandi sofferenze alla nostra gente, ci ha resi tutti più consapevoli di quanto sia fragile la sorte del genere umano e quindi di quanta responsabilità ricada su tutti noi nelle scelte che dovremo fare per il futuro della società.

                               Dopo le dolorose esperienze di questi mesi, molti si chiedono se non sia il caso di ripensare i modelli sociali, economici e culturali che hanno caratterizzato sinora la convivenza sociale e la vita delle persone. Come Vescovi toscani ci sentiamo di proporre alcune riflessioni che possano essere di orientamento per tale ripensamento, anche in vista delle prossime elezioni regionali. Vorremo favorire un discernimento che valorizzi la ricerca del bene comune, scelte coerenti con il Vangelo e con la Dottrina sociale della Chiesa. L’invito alla responsabilità e l’impegno per scelte solidali paiono risposte ineludibili per superare la difficoltà che stiamo attraversando.       

                               Come pastori delle Chiese che sono in Toscana vogliamo per prima cosa richiamare tutti a praticare il diritto di voto, segno di considerazione per la società in cui si vive. Vorremmo inoltre segnalare alcune priorità a quanti si accingono ad assumere responsabilità nelle istituzioni regionali.

È diffusa la sensazione che non sarà facile la ripresa economica del Paese e della regione dopo questa lunga emergenza. Occorrerà l’impegno di tutti, superando interessi settoriali e chiusure territoriali. Il richiamo vale per imprenditori e lavoratori, impegna a valorizzare le nostre ricchezze ambientali e culturali, implica una saggia e concorde politica delle infrastrutture, mette in guardia da situazioni di sfruttamento e dal pericolo di usure e infiltrazioni mafiose.

Papa Francesco ci richiama a un’“ecologia integrale” e a “proteggere la nostra casa comune” (Laudato si’, 10 e 13), con l’uso corretto delle risorse naturali e il rispetto dell’ambiente, nella consapevolezza della connessione tra crisi ambientale, crisi sociale e crisi antropologica. Anche la nostra bella regione ha bisogno di una speciale attenzione riguardo alla tutela e valorizzazione della “casa comune”. In questo contesto c’è da chiedersi se non sia doveroso alleggerire i centri urbani e favorire un ritorno nelle campagne, rivitalizzando così i piccoli centri, assicurando i servizi essenziali, tornando a dare importanza a gran parte del territorio regionale. Soprattutto auspichiamo che si sia in grado di ripensare il modello di sviluppo finora imperante, che nella ricerca del profitto ha troppo emarginato le persone e quindi il lavoro. Ci illuminino principi quali la giustizia, l’inclusione, la solidarietà, la sussidiarietà, la partecipazione, il bene comune.

I dati Istat dicono che la Toscana ha un tasso di natalità tra i più bassi d’Italia. La lotta al progressivo declino demografico necessita di interventi immediati e passa – in questo momento più che mai – attraverso un forte rilancio delle politiche per i giovani e per la famiglia, come pure nel riaffermare che la vita di un essere umano va difesa, accolta e tutelata sempre, sin dal suo concepimento. Per favorire la natalità e il rispetto della vita occorrono concrete politiche ricche di coraggiose iniziative a favore delle famiglie. Abbiamo visto, durante il lockdown, quanto siano stati preziosi i legami familiari, e quanto la solitudine delle persone, e degli anziani in particolare, sia un peso faticoso da portare.

La vita degli uomini e delle donne merita attenzione in ogni sua condizione, soprattutto quando è nella debolezza e nella fragilità, riconoscendo la dignità di ogni persona come bene irrinunciabile. Invitiamo quindi a non trascurare le situazioni di povertà, disagio ed emarginazione, e a guardare con attenzione le difficoltà che nascono dalla mancanza o dalla precarietà del lavoro. Auspichiamo che il bisogno di rinascita, che appartiene al sentire diffuso in questo tempo, tenga particolare conto delle “periferie umane” (Evangeliigaudium, 46) che sono state duramente colpite e che faticano a uscire dall’emergenza.

In questi mesi ci siamo resi conto dell’importanza del sistema sociosanitario del nostro Paese, che svolge un ruolo fondamentale soprattutto per la cura degli anziani, dei malati terminali e dei disabili. Questo senza dimenticare forme di cura della persona per le quali è decisivo l’apporto di badanti e cooperative. Ci auguriamo che si tenga conto anche del ruolo che il mondo cattolico ha avuto in questi mesi, le diocesi con le Caritas, le Confraternite, le altre realtà di azione solidale, e del fatto che esso è disponibile a svolgerlo anche per il futuro, auspicando che sia riconosciuto e promosso.

                               Siamo fortemente convinti che la scuola, ogni progetto di formazione dei giovani e quanto aggrega la vita sociale – utili strumenti per costruire un futuro migliore – sono obiettivi molto cari e praticati dai cattolici toscani. Tante realtà nate dagli istituti di vita religiosa, come pure in ambito parrocchiale o ecclesiale, svolgono un servizio che è rivolto all’intera cittadinanza e che deve essere riconosciuto e sostenuto come parte integrante del sistema scolastico regionale.

                               Non si afferma il nuovo senza considerare che un serio dialogo interculturale e interreligioso è una risorsa e previene gli estremismi che non appartengono alla nostra cultura. Quanti vengono a vivere in terra toscana sono una risorsa da accogliere e valorizzare, non un pericolo da temere, come potrebbe accadere se venissero abbandonati a se stessi. L’ottica dell’accoglienza e del dialogo impone una netta ripulsa di ogni espressione di antisemitismo e di odio razziale. L’imperativo è di farsi prossimi a tutti, senza frapporre frontiere etniche, culturali, religiose. Alla politica spetta una responsabilità particolare nel promuovere, anche nella comunicazione, il rispetto e la mitezza, evitando ogni forma di odio e discriminazione.

                               Le diciotto Chiese particolari della Toscana tornano a mettere a disposizione il proprio patrimonio spirituale, culturale, sociale e di vita comunitaria, di modo che su tutto prevalga il dialogo, il rispetto vicendevole e l’apprezzamento per le opinioni degli altri, in vista del bene comune.

Firenze, 20 luglio 2020

La “madre” di tutte le parabole

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 12 luglio 2020


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di questa domenica (cfr Mt 13,1-23) Gesù racconta a una grande folla la parabola – che tutti conosciamo bene – del seminatore, che getta la semente su quattro tipi diversi di terreno. La Parola di Dio, simboleggiata dai semi, non è una Parola astratta, ma è Cristo stesso, il Verbo del Padre che si è incarnato nel grembo di Maria. Pertanto, accogliere la Parola di Dio vuol dire accogliere la persona di Cristo, lo stesso Cristo.

Ci sono diversi modi di ricevere la Parola di Dio. Possiamo farlo come una strada, dove subito vengono gli uccelli e mangiano i semi. Questa sarebbe la distrazione, un grande pericolo del nostro tempo. Assillati da tante chiacchiere, da tante ideologie, dalle continue possibilità di distrarsi dentro e fuori di casa, si può perdere il gusto del silenzio, del raccoglimento, del dialogo con il Signore, tanto da rischiare di perdere la fede, di non accogliere la Parola di Dio. Stiamo vedendo tutto, distratti da tutto, dalle cose mondane.

Un’altra possibilità: possiamo accogliere la Parola di Dio come un terreno sassoso, con poca terra. Lì il seme germoglia presto, ma presto pure si secca, perché non riesce a mettere radici in profondità. È l’immagine di quelli che accolgono la Parola di Dio con l’entusiasmo momentaneo che però rimane superficiale, non assimila la Parola di Dio. E così, davanti alla prima difficoltà, pensiamo a una sofferenza, a un turbamento della vita, quella fede ancora debole si dissolve, come si secca il seme che cade in mezzo alle pietre.

Possiamo, ancora – una terza possibilità di cui Gesù parla nella parabola – accogliere la Parola di Dio come un terreno dove crescono cespugli spinosi. E le spine sono l’inganno della ricchezza, del successo, delle preoccupazioni mondane… Lì la Parola cresce un po’, ma rimane soffocata, non è forte, muore o non porta frutto.

Infine – la quarta possibilità – possiamo accoglierla come il terreno buono. Qui, e soltanto qui il seme attecchisce e porta frutto. La semente caduta su questo terreno fertile rappresenta coloro che ascoltano la Parola, la accolgono, la custodiscono nel cuore e la mettono in pratica nella vita di ogni giorno.

Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole, perché parla dell’ascolto della Parola. Ci ricorda che essa è un seme fecondo ed efficace; e Dio lo sparge dappertutto con generosità, senza badare a sprechi. Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso. La Parola è data a ognuno di noi. Possiamo chiederci: io, che tipo di terreno sono? Assomiglio alla strada, alla terra sassosa, al roveto? Se vogliamo, con la grazia di Dio possiamo diventare terreno buono, dissodato e coltivato con cura, per far maturare il seme della Parola. Esso è già presente nel nostro cuore, ma il farlo fruttificare dipende da noi, dipende dall’accoglienza che riserviamo a questo seme. Spesso si è distratti da troppi interessi, da troppi richiami, ed è difficile distinguere, fra tante voci e tante parole, quella del Signore, l’unica che rende liberi. Per questo è importante abituarsi ad ascoltare la Parola di Dio, a leggerla. E torno, una volta in più, su quel consiglio: portate sempre con voi un piccolo Vangelo, un’edizione tascabile del Vangelo, in tasca, in borsa… E così, leggete ogni giorno un pezzetto, perché siate abituati a leggere la Parola di Dio, e capire bene qual è il seme che Dio ti offre, e pensare con quale terra io lo ricevo.

La Vergine Maria, modello perfetto di terra buona e fertile, ci aiuti, con la sua preghiera, a diventare terreno disponibile senza spine né sassi, affinché possiamo portare buoni frutti per noi e per i nostri fratelli.


Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle,

in questa seconda domenica di luglio ricorre la Giornata Internazionale del Mare. Rivolgo un affettuoso saluto a tutti coloro che lavorano sul mare, specialmente quelli che sono lontani dai loro cari e dal loro Paese. Saluto quanti sono convenuti stamattina nel porto di Civitavecchia-Tarquinia per la celebrazione eucaristica.

E il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato.

Saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi, in particolare le famiglie del Movimento dei Focolari. Saluto con gratitudine i rappresentanti della Pastorale della Salute della Diocesi di Roma, pensando a tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che sono stati accanto e stanno accanto ai malati in questo periodo di pandemia. Grazie! Grazie di quello che avete fatto e state facendo. Grazie!

E auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

San Benedetto e noi

“Per dare sapore di Vangelo alla nostra realtà”

Ecco una proposta per lasciarci interpellare dalla attualità del carisma si San Benedetto, Patrono d’Europa, in vicinanza della festa:

Mercoledì 15 luglio alle ore 21,15

presso l’Oratorio San Giuseppe Pontedera (g.c.)

Riflessione e dibattito con il Prof. Luigi Cioni su

“La sfida di una comunità in ascolto della Parola di Dio”.

Invito a partecipare

Ancora in preghiera insieme

Il Rosario per l'italia con il cardinale Bassetti il 10 giugno

Sarà il presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, Gualtiero Bassetti a guidare mercoledì sera il Rosario per l’Italia, appuntamento settimanale promosso da Avvenire, Tv2000, InBlu radio, Sir, Fisc e Corallo d’intesa con la segreteria generale della Cei.

A ospitare la nuova tappa del pellegrinaggio mariano lungo l’Italia sarà il Santuario della Madonna del Bagno a Casalina frazione del comune di Deruta, in provincia di Perugia.

La preghiera mariana sarà trasmessa, come di consueto, da Tv2000 e da InBlu radio alle 21 di mercoledì sera. Si tratta del tredicesimo appuntamento di questo pellegrinaggio, partito il 19 marzo dalla chiesa di San Giuseppe al Trionfale a Roma il 19 marzo scorso con il segretario generale della Cei, il vescovo Stefano Russo.

(fonti: Avvenire e www.chiciseparera.it)

In allegato il Libretto per partecipare alla preghiera.

Ancora in preghiera insieme

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Sarà il Santuario S. Maria della Vena di Piedimonte Etneo (Ct) ad ospitare il 3 giugno alle 21 l’appuntamento “Italia in preghiera”, promosso da Avvenire, Tv2000, InBluradio, Sir e Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la Segreteria generale della Cei.

In allegato, il Libretto per recitare insieme il Rosario che sarà guidato dal vescovo di Acireale e vicepresidente della Cei, mons. Antonino Raspanti, e sarà trasmesso da Tv2000 e InBluradio oltre che sulla pagina Facebook della Conferenza Episcopale Italiana.

(fonti: Avvenire e www.chiciseparera.it)

I nemici del dono

Santa Messa nella solennità di Pentecoste

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro – Altare della Cattedra
Domenica, 31 maggio 2020


«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito» (1 Cor 12,4). Così scrive ai Corinzi l’apostolo Paolo. E prosegue: «Vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio» (vv. 5-6). Diversi e uno: San Paolo insiste a mettere insieme due parole che sembrano opporsi. Vuole dirci che lo Spirito Santo è quell’uno che mette insieme i diversi; e che la Chiesa è nata così: noi, diversi, uniti dallo Spirito Santo.

Andiamo dunque all’inizio della Chiesa, al giorno di Pentecoste. Guardiamo gli Apostoli: tra di loro c’è gente semplice, abituata a vivere del lavoro delle proprie mani, come i pescatori, e c’è Matteo, che era stato un istruito esattore delle tasse. Ci sono provenienze e contesti sociali diversi, nomi ebraici e nomi greci, caratteri miti e altri focosi, visioni e sensibilità differenti. Tutti erano differenti. Gesù non li aveva cambiati, non li aveva uniformati facendone dei modellini in serie. No. Aveva lasciato le loro diversità e ora li unisce ungendoli di Spirito Santo. L’unione – l’unione di loro diversi – arriva con l’unzione. A Pentecoste gli Apostoli comprendono la forza unificatrice dello Spirito. La vedono coi loro occhi quando tutti, pur parlando lingue diverse, formano un solo popolo: il popolo di Dio, plasmato dallo Spirito, che tesse l’unità con le nostre diversità, che dà armonia perché nello Spirito c’è armonia. Lui è l’armonia.

Veniamo a noi, Chiesa di oggi. Possiamo chiederci: “Che cosa ci unisce, su che cosa si fonda la nostra unità?”. Anche tra noi ci sono diversità, ad esempio di opinioni, di scelte, di sensibilità. Ma la tentazione è sempre quella di difendere a spada tratta le proprie idee, credendole buone per tutti, e andando d’accordo solo con chi la pensa come noi. E questa è una brutta tentazione che divide. Ma questa è una fede a nostra immagine, non è quello che vuole lo Spirito. Allora si potrebbe pensare che a unirci siano le stesse cose che crediamo e gli stessi comportamenti che pratichiamo. Ma c’è molto di più: il nostro principio di unità è lo Spirito Santo. Lui ci ricorda che anzitutto siamo figli amati di Dio; tutti uguali, in questo, e tutti diversi. Lo Spirito viene a noi, con tutte le nostre diversità e miserie, per dirci che abbiamo un solo Signore, Gesù, un solo Padre, e che per questo siamo fratelli e sorelle! Ripartiamo da qui, guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico.

Torniamo al giorno di Pentecoste e scopriamo la prima opera della Chiesa: l’annuncio. Eppure vediamo che gli Apostoli non preparano una strategia; quando erano chiusi lì, nel Cenacolo, non facevano la strategia, no, non preparano un piano pastorale. Avrebbero potuto suddividere la gente in gruppi secondo i vari popoli, parlare prima ai vicini e poi ai lontani, tutto ordinato… Avrebbero anche potuto aspettare un po’ ad annunciare e intanto approfondire gli insegnamenti di Gesù, per evitare rischi… No. Lo Spirito non vuole che il ricordo del Maestro sia coltivato in gruppi chiusi, in cenacoli dove si prende gusto a “fare il nido”. E questa è una brutta malattia che può venire alla Chiesa: la Chiesa non comunità, non famiglia, non madre, ma nido. Egli apre, rilancia, spinge al di là del già detto e del già fatto, Lui spinge oltre i recinti di una fede timida e guardinga. Nel mondo, senza un assetto compatto e una strategia calcolata si va a rotoli. Nella Chiesa, invece, lo Spirito garantisce l’unità a chi annuncia. E gli Apostoli vanno: impreparati, si mettono in gioco, escono. Un solo desiderio li anima: donare quello che hanno ricevuto. È bello quell’inizio della Prima Lettera di Giovanni: “Quello che noi abbiamo ricevuto e abbiamo visto, diamo a voi” (cfr 1,3).

Giungiamo finalmente a capire qual è il segreto dell’unità, il segreto dello Spirito. Il segreto dell’unità nella Chiesa, il segreto dello Spirito è il dono. Perché Egli è dono, vive donandosi e in questo modo ci tiene insieme, facendoci partecipi dello stesso dono. È importante credere che Dio è dono, che non si comporta prendendo, ma donando. Perché è importante? Perché da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti. Se abbiamo in mente un Dio che prende, che si impone, anche noi vorremo prendere e imporci: occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere. Ma se abbiamo nel cuore Dio che è dono, tutto cambia. Se ci rendiamo conto che quello che siamo è dono suo, dono gratuito e immeritato, allora anche noi vorremo fare della stessa vita un dono. E amando umilmente, servendo gratuitamente e con gioia, offriremo al mondo la vera immagine di Dio. Lo Spirito, memoria vivente della Chiesa, ci ricorda che siamo nati da un dono e che cresciamo donandoci; non conservandoci, ma donandoci.

Cari fratelli e sorelle, guardiamoci dentro e chiediamoci che cosa ci ostacola nel donarci. Ci sono, diciamo, tre nemici del dono, i principali: tre, sempre accovacciati alla porta del cuore: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo. Il narcisismo fa idolatrare sé stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti. Il narcisista pensa: “La vita è bella se io ci guadagno”. E così arriva a dire: “Perché dovrei donarmi agli altri?”. In questa pandemia, quanto fa male il narcisismo, il ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui, il non ammettere le proprie fragilità e i propri sbagli. Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso. Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: “Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!”. Quante volte abbiamo sentito queste lamentele! E il suo cuore si chiude, mentre si domanda: “Perché gli altri non si donano a me?”. Nel dramma che viviamo, quant’è brutto il vittimismo! Pensare che nessuno ci comprenda e provi quello che proviamo noi. Questo è il vittimismo. Infine c’è il pessimismo. Qui la litania quotidiana è: “Non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…”. Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: “Intanto a che serve donare? È inutile”. Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima! Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza. In questi tre – l’idolo narcisista dello specchio, il dio-specchio; il dio-lamentela: “io mi sento persona nelle lamentele”; e il dio-negatività: “tutto è nero, tutto è scuro” – ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Perciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo, dono di Dio che ci guarisce dal narcisismo, dal vittimismo e dal pessimismo, ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio.

Fratelli e sorelle, preghiamolo: Spirito Santo, memoria di Dio, ravviva in noi il ricordo del dono ricevuto. Liberaci dalle paralisi dell’egoismo e accendi in noi il desiderio di servire, di fare del bene. Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi. Vieni, Spirito Santo: Tu che sei armonia, rendici costruttori di unità; Tu che sempre ti doni, dacci il coraggio di uscire da noi stessi, di amarci e aiutarci, per diventare un’unica famiglia. Amen.

Maria Madre della Chiesa

Mater Ecclesiae
Il mosaico fu montato il 7 dicembre 1981. II giorno seguente, Giovanni Paolo II lo benedisse, manifestando il desiderio che quanti verranno in questa piazza San Pietro elevino verso di Lei lo sguardo, per dirigerle, con sentimenti di filiale fiducia, il proprio saluto e la propria preghiera

Solamente dal 2018 è entrata nel Calendario romano la “festa” odierna della “beata Vergine Maria Madre della Chiesa”. E, come stabilito da papa Francesco, la memoria liturgica viene celebrata ogni anno in modo obbligatorio il Lunedì dopo Pentecoste, come stabilito dal decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti datato 11 febbraio 2018, memoria della Madonna di Lourdes.

Come spiega tale decreto, questa celebrazione inserita nella preghiera liturgica della Chiesa «aiuterà a ricordare che la vita cristiana, per crescere, deve essere ancorata al mistero della Croce, all’oblazione di Cristo nel convito eucaristico, alla Vergine offerente, Madre del Redentore e dei redenti».

La memoria è inserita in tutti i calendari e libri liturgici per la celebrazione della Messa e della Liturgia delle Ore.È  pertanto una maturazione, anche in ambito liturgico, del legame che unisce ogni battezzato e l’intera Chiesa alla Madre del Signore.

Già nelle Litanie lauretane – per volontà di san Giovanni Paolo II nel 1980 – la Madonna è venerata come Madre della Chiesa. Era stato comunque il santo papa Paolo VI, il 21 novembre 1964, a conclusione della terza Sessione del Concilio Vaticano II, a dichiarare la Vergine «Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei pastori, che la chiamano Madre amantissima» e a stabilire che «l’intero popolo cristiano rendesse sempre più onore alla Madre di Dio con questo soavissimo nome».

Nel 1975, in occasione dell’Anno Santo della Riconciliazione, la Santa Sede propose una Messa votiva in onore della Madre della Chiesa, successivamente inserita nel Messale romano. Ma ciò non era parte delle memorie del Calendario liturgico. E ancora nel 1986, sempre durante il pontificato di papa Wojtyla, vennero pubblicati altri formulari nella raccolta di Messe della beata Vergine Maria. Ed è accaduto anche che ad alcune nazioni (come Polonia e Argentina), diocesi e famiglie religiose che ne facevano richiesta fosse concessa la possibilità di aggiungere questa celebrazione nel loro Calendario particolare. Attualmente la celebrazione di Maria Madre della Chiesa è divenuta universale per tutta la Chiesa di rito romano e obbligatoria. La decisione ha voluto promuovere una «devozione» che può «favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana», chiarisce il citato decreto.

La scelta di questo giorno ha radici bibliche. «Gli Atti degli Apostoli raccontano che la Madre di Gesù è presente nel Cenacolo, in preghiera con gli Apostoli in attesa della venuta dello Spirito Santo. Pertanto il giorno celebrativo vuole evidenziare che la Chiesa della Pentecoste, animata dallo Spirito del Risorto, cammina nel tempo sotto la premurosa guida materna della Vergine.

Il titolo di Maria Madre della Chiesa ha radici profonde. Il fatto che la Vergine Maria sia Madre di Cristo e insieme Madre della Chiesa era già in qualche modo presente nel sentire ecclesiale a partire dalle parole “profetiche” di sant’Agostino e di san Leone Magno. Il primo, infatti, dice che Maria è madre delle membra di Cristo, perché ha cooperato con la sua carità alla rinascita dei fedeli nella Chiesa; l’altro poi, quando evidenzia che la nascita del Capo è anche la nascita del Corpo, indica che Maria è al contempo madre di Cristo, Figlio di Dio, e madre delle membra del suo corpo mistico, cioè della Chiesa.

Porre attenzione alla maternità ecclesiale di Maria non è coltivare una devozione mariana fra le tante, ma obbedire al volere di Gesù. Infatti essa si fonda sulla volontà testamentaria di Cristo perché è il Vangelo stesso di san Giovanni a testimoniare quali siano state le ultime volontà di Gesù in croce. Dicendo a Maria, che stava ai piedi della croce:“Donna, ecco il tuo figlio!”, ha voluto che si prendesse cura di ogni suo discepolo come madre; e dicendo al discepolo amato:“Ecco tua madre!”, ha chiesto che ogni discepolo nutrisse un legame filiale con Maria».

Riflessioni teologiche scaturite dalla lettura del Vangelo di Giovanni portano ad affermare che la Madonna – come del resto sottolinea anche il decreto – «accettò il testamento di amore del Figlio suo ed accolse tutti gli uomini, impersonati dal discepolo amato, come figli da rigenerare alla vita divina, divenendo amorosa nutrice della Chiesa che Cristo in croce, emettendo lo Spirito, ha generato. A sua volta, nel discepolo amato, Cristo elesse tutti i discepoli come vicari del suo amore verso la Madre, affidandola loro affinché con affetto filiale la accogliessero».

Già nel Cenacolo Maria ha iniziato la propria missione materna pregando con gli Apostoli in attesa della venuta dello Spirito Santo. E la scelta della memoria liturgica nel Lunedì dopo Pentecoste è legata proprio a questa presenza della Vergine nel Cenacolo. Nel corso dei secoli – aggiunge il documento del dicastero vaticano – «la pietà cristiana ha onorato Maria con i titoli, in qualche modo equivalenti, di Madre dei discepoli, dei fedeli, dei credenti, di tutti coloro che rinascono in Cristo e anche di “Madre della Chiesa”, come appare in testi di autori spirituali e pure del magistero di Benedetto XIV e Leone XIII».


Viviamo una bella Pentecoste


Lo Spirito di Dio

Tu vieni a turbarci,
vento dello spirito.
Tu sei l’altro che è in noi.
Tu sei il soffio che anima
e sempre scompare.

Tu sei il fuoco
che brucia per illuminare.
Attraverso i secoli e le moltitudini
Tu corri come un sorriso
per far impallidire le pretese
degli uomini.

Poiché tu sei l’invisibile
testimone del domani,
di tutti i domani.
Tu sei povero come l’amore
per questo ami radunare
per creare.
Oh, ebbrezza e tempesta di Dio!

David Maria Turoldo


Invocazione allo Spirito

Spirito di Dio che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria.
Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversale sulle carni inaridite anfore di profumi.
Permea tutte le cose, e possiedine il cuore.
Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume.
Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura sulle nostre afflizioni.
Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.

Spirito Santo che riempivi di luce i Profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esilio.
Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute.
Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà.
Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri.
E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri cuori.
Donaci la gioia di capire che tu non parli solo ai microfoni delle nostre Chiese.
Che nessuno può menar vanto di possederti. E che, se i semi del Verbo sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti, negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine degli atei.

Spirito Santo che hai invaso l’anima di Maria per offrirci la prima campionatura di come un giorno avresti invaso la Chiesa e collocato nei suoi perimetri il tuo nuovo domicilio, rendici capaci di esultanza.
Donaci il gusto di sentirci “estroversi”. Rivolti, cioè, verso il mondo, che non è una specie di chiesa mancata, ma l’oggetto ultimo di quell’incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costituita.
Se dobbiamo attraversare i mari che ci distanziano dalle altre culture, soffia nelle vele perché, sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico, un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire.
Se dobbiamo camminare sull’asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in fretta la città. La città terrena. Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti, ma il partner con cui dobbiamo “agonizzare” perché giunga a compimento l’opera della Redenzione.

Spirito di Dio che presso le rive del giordano sei sceso con pienezza sul capo di Gesù e l’hai proclamato Messia, dilaga su questo corpo sacerdotale raccolto davanti a te.
Adornalo di una veste di Grazia. Consacralo con l’unzione, e invitalo a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, e a promulgare l’anno di misericordia del Signore.
Se Gesù ha usato queste parole di Isaia per la sua autoproclamazione nella sinagoga di Nazareth e per la stesura del suo manifesto programmatico, vuole dire che anche la Chiesa oggi deve farsi solidale con i sofferenti, con i poveri, con gli oppressi, con i deboli, con gli affamati e con tutte le vittime della violenza.
Facci capire che i poveri sono i “punti di entrata” attraverso i quali tu, Spirito di Dio, irrompi in tutte le realtà umane e le ricrei. Preserva, perciò, la tua sposa dal sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia il sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia l’indulgenza alle mode di turno, e non invece la feritoia attraverso la quale la forza di Dio penetra nel mondo e comincia la sua opera di salvezza.

Spirito Santo dono del Cristo morente, fa’ che la Chiesa dimostri di aver ereditato davvero. Trattienila ai piedi di tutte le croci. Quelle dei singoli e quelle dei popoli. Ispirale, parole e silenzi, perché sappia dare significato al dolore degli uomini. Così che ogni povero comprenda che non è vano il suo pianto e ripeta con il salmo “le mie lacrime, Signore, nell’otre tuo raccogli”.
Rendila protagonista infaticabile di deposizione del patibolo, perché i corpi schiodati dei sofferenti trovino pace sulle sue ginocchia di Madre. In quei momenti poni sulle sue labbra canzoni di speranza.
E donale di non arrossire mai della Croce, ma di guardare ad essa come all’antenna della sua nave, le cui vele tu colmi di brezza e spingi con fiducia lontano.

Spirito di Pentecoste ridestaci all’antico mandato di profeti, dissigilla le nostre labbra, contratte dalle prudenze carnali. Introduci nelle nostre vene il rigetto per ogni compromesso. E donaci la nausea di lusingare i detentori del potere per trarne vantaggio.
Trattienici dalle ambiguità. Facci la grazia del voltastomaco per i nostri peccati. Poni il tuo marchio di origine controllata sulle nostre testimonianze.
E facci aborrire dalle parole, quando esse non trovino puntuale verifica nei fatti.
Spalanca i cancelletti dei nostri cenacoli. Aiutaci a vedere i riverberi delle tue fiamme nei processi di purificazione che avvengono in tutti gli angoli della terra. Aprici a fiducie ecumeniche. E in ogni uomo di buona volontà facci scorgere le orme del tuo passaggio.

Spirito del Signore dono del Risorto agli apostoli del cenacolo,
gonfia di passione la vita dei tuoi presbiteri. Riempi di amicizie discrete la loro solitudine. Rendili innamorati della terra, e capaci di misericordia per tutte le sue debolezze. Confortali con la gratitudine della gente e con l’olio della comunione fraterna. Ristora la loro stanchezza, perché non trovino appoggio più dolce per il loro riposo se non sulla spalla del Maestro. Liberali dalla paura di non farcela più. Dai loro occhi partano inviti a sovrumane trasparenze. Dal loro cuore si sprigioni audacia mista a tenerezza. Dalle loro mani grondi il crisma su tutto ciò che accarezzano. Fa’ risplendere di gioia i loro corpi. Rivestili di abiti nuziali. E cingili con cinture di luce.
Perché, per essi e per tutti, lo sposo non tarderà.

+ Tonino Bello

30 maggio:il Rosario del Papa

In diretta e in mondovisione dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, alle ore 17:30, in collegamento con i maggiori santuari (in Italia Pompei e san Giovanni Rotondo)

Il Papa prega con il Rosario in mano
Il Papa prega con il Rosario in mano – Ansa

“Assidui e concordi nella preghiera, insieme con Maria (cfr. At 1,14)”. Su questo tema papa Francesco, unendosi ai Santuari del mondo che a causa dell’emergenza sanitaria hanno dovuto interrompere le loro normali attività e i loro pellegrinaggi, pregherà il Rosario in diretta e in mondovisione dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, sabato 30 maggio alle ore 17:30, il Papa sarà dunque ancora una volta vicino all’umanità in preghiera, per chiedere alla Vergine aiuto e soccorso nella pandemia.

La preghiera sarà trasmessa in diretta su Tv2000 (cn 28 – 157 Sky e 18 tvsat), su inBlu Radio e anche su avvenire.it.

L’iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, vedrà il coinvolgimento di famiglie e di uomini e donne rappresentanti dei settori più coinvolti e particolarmente toccati dalla pandemia, ai quali saranno affidate le decine del Rosario.

Dunque, medici e infermieri, pazienti guariti e pazienti che hanno subito lutti, un cappellano ospedaliero e una suora infermiera, una farmacista e una giornalista, e infine un volontario della Protezione civile con i suoi familiari e anche una famiglia che ha visto nascere un bambino proprio nei momenti più difficili, per esprimere la speranza che non deve mai venire meno.

Ai piedi di Maria al termine del mese a Lei dedicato e certi che la Madre celeste non farà mancare il suo soccorso, comunica il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuona Evangelizzazione, Francesco porrà dunque gli affanni e i dolori dell’umanità.

In collegamento ci saranno i Santuari più grandi dai cinque continenti tra cui Lourdes, Fatima, Lujan, Milagro, Guadalupe, San Giovanni Rotondo e Pompei. In una lettera, monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione si è rivolto direttamente ai rettori dei Santuari per invitarli a organizzare e promuovere questo speciale momento di preghiera compatibilmente con le attuali regole sanitarie vigenti e con il fuso orario del luogo.

( da “Avvenire”, 26 maggio 2020)

Ancora in preghiera insieme

Il Rosario per l'Italia mercoledì 27 maggio da Palermo / IL LIBRETTO

Avvenire, Tv2000, InBluradio, Sir e Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la Segreteria generale della CEI, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi mercoledì prossimo, alle ore 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 e InBluradio oltre che su Facebook.

Questa volta andrà in onda dalla Basilica di San Francesco d’Assisi di Palermo. A guidarlo sarà l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice.

(da Avvenire, maggio 2020)