Una Parola per la vita

È stato pubblicato il libro “Perché nulla vada perduto – Il nostro percorso dalla memoria alla speranza”; dal 3 ottobre u.s., settimana dopo settimana, pubblico il commento che sui testi (nelle varie liturgie) don Enzo fece negli anni 1995-1996.

Infatti si tratta di letture liturgiche di alcuni giorni domenicali e festivi dei cicli C ed A; l’attuale anno liturgico è quello A.

Un modo come un altro per continuare a farci provocare dalla sua meditazione sui testi sacri; una riflessione acuta e profonda, non meno che puntuale, offerta a noi in modo serio e pacato, come da sua consuetudine.


19 gennaio 2020 – II tempo Ordinario

Is 49, 3.5-6; Sal 39; 1 Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34

Nel Vangelo di Giovanni, che in questa domenica prende il posto di Matteo, troviamo la testimonianza del Battista raccontata in tre episodi accaduti in tre giorni successivi. Il primo riporta quella resa dinanzi a sacerdoti e leviti mandati da Gerusalemme per interrogarlo sulla sua vera identità; il secondo è quello presentato dalla celebrazione odierna; nel terzo si avrà il passaggio di due discepoli dalla sequela del Battista a quella di Gesù.

È certamente la testimonianza il tema oggi offerto alla nostra riflessione, mentre la liturgia avvia il cammino del tempo ordinario che ci farà rivivere il ministero pubblico del Signore con il racconto di Matteo.

L’evangelista Giovanni intanto ci avvia per un itinerario interiore di fede, presentandoci le prerogative che il Battista aveva riconosciuto a Gesù, il modo attraverso il quale era giunto a scoprirle, la sua opera perché tutti ricevessero la luce che lo aveva a sua volta investito. Anche noi siamo così chiamati a riconoscere Gesù che viene ad incontrarci nell’Eucaristia che celebriamo; lo potremo fare solo per il dono che viene dall’alto; dovremo far sì che la vita divenga una testimonianza che “questi è il Figlio di Dio”.

“Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!”, grida Giovanni all’apparire di Gesù. Ci immaginiamo, con qualche libertà la scena; quel dito puntato che attrae l’attenzione della piccola folla dei discepoli e dei curiosi, il silenzio che cala improvviso, la meraviglia e lo sconcerto nel vedere che l’agnello-servo, probabilmente l’originario vocabolo aramaico aveva questo doppio significato, è davvero così umiliato come avevano cantato antichi carmi profetici. Eppure colui che aveva avuto la missione di essere “voce che grida nel deserto” ha presentato il Verbo, la Parola. Ora il servizio al quale aveva dedicato tutto se stesso è compiuto. Gesù di Nazaret è qui; la sua opera darà un battesimo in Spirito Santo che toglierà via il peccato con quale il mondo si oppone a Dio. Questa immersione avrà ben altra fecondità rispetto a quella effettuata nell’acqua del Giordano, che pure era opera provvidenziale che aveva preparato ad attendere ed accogliere.

Si compie la promessa contenuta nel canto dello sconosciuto profeta (gli specialisti lo chiamano deutero-Isaia) in Babilonia, durante l’esilio d’Israele. Come abbiamo appena ascoltato nel primo brano della Scrittura usato in questa messa, “luce e la salvezza” (espressione che vuol dire: vita piena, liberazione, sviluppo, pace) doveva essere portata a Israele da un misterioso “servo di Dio”, e doveva poi raggiungere “le estremità della terra”.

Ma come è giunto Giovanni Battista a riconoscere la vera identità di Gesù?

Non gli sono bastati gli occhi della carne, la parentela a cui accennano i vangeli. Del resto l’unico incontro tra loro doveva essere stato quello di Ain Karim dove Maria era andata ad incontrare Elisabetta, e quest’ultima, secondo Luca, aveva sentito “ballare” il proprio figliolo nel seno, anticipazione della gioia messianica di cui avrebbe goduto tutto il popolo.

L’identità di Gesù gli è stata rivelata da un annunzio ricevuto all’inizio della missione e si è definitivamente confermata nel battesimo del Signore: anche per lui c’ è stato un itinerario di fede e di attesa che poi si è compiuto in modo tanto solenne e chiaro. Un itinerario che ha come protagonista principale lo Spirito Santo.

Ora non gli resta che rendere conto di ciò che ha visto; che testimoniare la più sconvolgente delle notizie: “Questi è il Figlio di Dio”.

Il messaggio per i suoi ascoltatori, anche per noi che nella liturgia riviviamo quel momento è dunque questo: riconoscete che Gesù di Nazaret, l’agnello pasquale, è il Figlio di Dio e fatevi a vostra volta voce per questo annunzio!

All’inizio della vita Dio ci donato, con  il battesimo, la capacità di dire: Gesù è il Signore. Ci ha abilitato a questo il germe della fede che è stato deposto in noi, per il quale, nello Spirito possiamo riconoscere e proclamare l’opera di Dio. Ci ha consacrato, il sacerdote ha compiuto un segno fortemente allusivo ungendoci la fronte, alla missione sacerdotale, profetica e regale che è quella del Cristo, l’Unto di Dio per eccellenza. Siamo i servi di Dio perché l’uomo del nostro tempo accolga in Cristo il dono della Pasqua, sia liberato dal peccato, cammini dietro a Gesù accettando di vivere da figlio di Dio.

don Enzo

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